Quando piove (molto)…

Particolare della vetrata del Duomo di San Donà di PiaveLe particolari condizioni meteo di questo periodo, certamente al di fuori della norma, hanno evidenziato quel fatto forse non comunemente percepito nella nostra quotidianità: di vivere cioè in un territorio molto fragile dal punto di vista idrogeologico.
Un flusso di correnti atlantiche umide e tiepide ha causato le intense precipitazioni di queste ultime settimane, tanto che la quantità di pioggia caduta è nettamente al di sopra della media di questo periodo, che dovrebbe essere il più secco dell’anno. Ebbene, in una situazione meteorologica come questa sono da considerarsi due diversi livelli di gestione idraulica.
Un primo è rappresentato dalle “acque esterne”, ossia i corsi d’acqua arginati e direttamente collegati con il mare: così i fiumi Piave e Livenza, ma anche i canali emissari Brian, Revedoli. L’altra gestione riguarda invece la rete di bonifica (le acque “interne”), che sono scaricate all’esterno (cioè in mare) prevalentemente con l’energia meccanica delle idrovore. Sempre se, appunto, le acque esterne di recapito non sono troppo alte…

Il Piave

Qualche giorno fa si era preoccupati per l’ingrossarsi del Piave (vedi i titoli dei giornali locali), ma fortunatamente le sue acque di piena sono rimaste entro i livelli di sicurezza. Infatti il nostro fiume è alimentato essenzialmente dal suo bacino montano, interessato in questo periodo soprattutto da precipitazioni (pur eccezionali) di carattere nevoso: quindi il suo livello è rimasto entro i limiti di guardia. Eventualmente se ne riparlerà allo scioglimento, comunque graduale, di questa copiosa neve…
La chiusura delle porte della conca dell’Intestadura ha evitato – come negli altri casi di innalzamento del fiume – che le acque del Piave si riversassero nel suo antico corso, con i conseguenti allagamenti del territorio attraversato.
È stato fondamentale, poi, che il vento prevalente non sia stato un forte e persistente scirocco, che causa mareggiate pericolose per il deflusso dei fiumi in mare.

Il Brian

È il canale emissario in cui l’idrovora di Cittanova scarica le acque (interne) in eccesso del bacino in cui si trova il centro urbano di San Donà: vi finiscono le acque del sistema fognario urbano e di scolo dei campi.

Il suo livello si era pericolosamente alzato sino al limite di sicurezza dei suoi argini tra fine gennaio e inizio febbraio scorsi. Tuttavia, le acque torbide e copiose hanno poi potuto fluire verso il mare attraverso il manufatto di sostegno presente nell’omonima località di Eraclea.

Tale manufatto, alla confluenza del Brian nel Revedoli-Largon, è dotato di porte che vengono chiuse quando il mare è troppo grosso, per evitare che le sue acque salse si riversino in tale canale.
Una prima riflessione…
Il fragile territorio del Veneto Orientale, con la maggior parte della superficie al di sotto del livello medio del mare, è bisognoso di una continua manutenzione ordinaria (e straordinaria come dopo questi ultimi eventi), ma pure di opere da troppo tempo invocate per contrastare le sempre più frequenti situazioni di emergenza idraulica.
In questo contesto, una prima riflessione ci conduce a riconoscere ed apprezzare il lavoro di numerose persone (tecnici, operai, volontari, autorità…) che permette di gestire – con i mezzi e le decisioni possibili – un rischio così grande a carico dell’intera comunità. È chiaro che per affrontare efficacemente questi problemi di gestione del territorio è richiesto il contributo e la collaborazione tra enti, autorità, amministrazioni, ma anche il senso civico di tutti.
Solo la collaborazione a diverso titolo permette di gestire questi eventi avversi, contenendo e limitando il più possibile le pur gravi conseguenze che si sono comunque verificate in alcune zone.

San Donato

Il secondo pensiero viene dal non dimenticarci che l’opera dell’uomo – pur meritevole – è pur sempre limitata e non può “contrastare” tutto. Il necessario e lodevole avanzamento nella scienza e tecnica, nell’organizzazione sociale ed economica, non impedisce il verificarsi di ogni calamità naturale, più o meno indotta dall’agire umano.
In tempi nemmeno tanto lontani, in cui certamente i mezzi e le tecniche erano più scarsi di oggi, in situazioni di emergenza (ma anche prima che accadessero) immaginiamo che prevalessero invocazioni tipo: “Proteggici da…”, “ti preghiamo per…”, rispetto ai nostri attuali “speriamo che…”, “per fortuna che…”
Non è un considerare i tempi passati per definizione “migliori”. È un dato di fatto, però, che il senso religioso tradizionale delle nostre terre portava le persone a rimboccarsi sì le maniche, ma anche ad affidarsi maggiormente al Divino: il percepirsi creature fragili e bisognose aiuta la fede.
Probabilmente l’antica origine della devozione al Santo Vescovo di Arezzo, protettore dalle alluvioni, che dà appunto il nome alla nostra città, ebbe questo fondamento nel nostro territorio…

Nella prima campata del Ponte della Vittoria è appesa, in alto, un’icona. Ci sfugge la sua origine, ma ci piace credere che l’intento sia stato di avere un segno per ottenere la protezione della nostra città dal fiume che le dà il nome, ma che può diventarle anche nemico.

Marco Franzoi