Quaresima 2013 – 1a serata di spiritualità sul Concilio Vaticano II

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Don Firmino Bianchin: Pellegrinaggio della Chiesa verso la pienezza

Dopo cinquant’anni dal Concilio, dove ci troviamo?

E’ indubbio che in questo periodo ci siano state letture riduttive e normalizzatrici del Concilio Vat. II. Si è parlato e si parla più volentieri di continuità con la tradizione, che di svolta, di riforma coraggiosa. Eppure la chiesa di oggi è irrevocabilmente diversa. Papa Giovanni parlò di aggiornamento, di un nuovo dire e di un nuovo fare nella chiesa, di discernimento collegiale dei segni dei tempi, di impegno ecumenico. Una cattolicità più ampia dello stile romano, chiedeva il card. Liénart; una chiesa più povera, più serva del Vangelo e di Cristo, auspicava il card. Lercaro. Il programma intuito da Papa Giovanni era quello di una penetrazione più profonda della Tradizione cristiana, di reinterpretarla secondo le esigenze del tempo presente. Il tema della chiesa è presente in tutti i documenti conciliari. Ma dobbiamo concentrarci sulla Costituzione Lumen Gentium (LG).

Quali prospettive?

Il lavoro del Concilio sotto le indicazioni di Paolo VI aveva per obiettivo di pervenire ad un consenso il più ampio possibile, perciò il documento porta i segni di un certo compromesso tra le varie posizioni, con visioni talvolta poco organiche, perfino diverse e giustapposte. La LG resta comunque un punto fermo che permette di percepire le novità e gli spostamenti rispetto al passato. Per capire ciò basta ricordare la prospettiva bellarminiana del 1600 in poi, che presentava la chiesa come società visibile gerarchica e perfetta. Da essa erano esclusi gli eretici, gli apostati, gli scomunicati.

Il primo schema, subito bocciato, parlava di chiesa che combatte sulla terra, e dimenticava completamente la meta del Regno. La successione degli argomenti era in ordine alla dignità: vescovi, sacerdoti, religiosi, laici, oppure di autorità, gli stati di perfezione e infine i laici, il cui compito era solo di obbedire.

La finale del primo capitolo sul progetto di Dio (mistero) recita ben diversamente l’autocoscienza della chiesa del Concilio perché afferma che la chiesa comprende nel suo seno i peccatori è santa, ma sempre bisognosa di purificazione; incessantemente si deve applicare alla penitenza e al suo rinnovamento.

Cristo è stato inviato dal Padre per dare l’annuncio buono ai poveri a cercare e salvare ciò che era perduto (Lc 19,10). Cristo santo, innocente, immacolato (Eb 7,26), non conobbe peccato (2Cor 5,21) ma venne allo scopo di espiare i peccati (delicta) del popolo”.

“Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Le 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo. Ma mentre Cristo, « santo, innocente, immacolato » (Eb 7,26), non conobbe il peccato (cfr. 2 Cor 5,21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento. (N. 8,306)

La chiesa sente di dover continuare questa missione affidatale, “circondando di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce in essi la presenza di Cristo (Mt 25). Essa stessa bisognosa di perdono prosegue il suo pellegrinaggio: La Chiesa «prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio », annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (cfr. 1 Cor 11,26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal dì fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce (n 8). Chiesa che per definizione significa assemblea convocata dalla SS. Trinità: “così la Chiesa universale si presenta come « un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (cfr. Cipriano, La preghiera del Signore). (4,288)

Come si può notare il Concilio compie una svolta; non privilegia più elementi giuridici, trionfalistici, parla di chiesa che ha bisogno di essere perdonata, salvata, di compiere il suo servizio umile ma importante, continuando il suo cammino e cercando di riproporre gli atteggiamenti di Cristo, la sua amorevolezza e di realizzare il programma ricevuto dal Padre, con la forza dello Spirito donatole nella Pasqua del suo Signore. Nel discorso di apertura, Papa Giovanni diceva: “Sempre la chiesa si è opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati con la massima severità. Ora tuttavia la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia, piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che rinnovare le condanne” (n 57). […] Così stando le cose, la Chiesa cattolica, innalzando per mezzo di questo Concilio Ecumenico la fiaccola della verità, vuol mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà, anche verso i figli da lei separati, (n. 58).

Il card. Doepfner chiese di cambiare radicalmente l’impostazione del primo schema e sottolineare che la chiesa è popolo di Dio, un’identità comunionale che si incultura, soffre, si rinnova e si riforma. I suoi membri: papa, vescovi e laici, religiosi sono tutti uguali; tutti sotto la guida dello Spirito. E parlando dei vescovi auspicava la collegialità presieduta dal papa.

Il patriarca Massimo IV chiedeva energicamente di liberare la chiesa dal legalismo e dall’apparato giuridico soffocante. Il card. Montini sollecitava di evidenziare che la chiesa non è una società fondata da Cristo, ma Cristo la volle come strumento per realizzare la salvezza di tutti. Il discorso di papa Giovanni, tenuto pochi giorni prima dell’apertura il 12 settembre 1962 suggerirà di fatto il titolo del documento: “Cristo è luce delle genti, e la chiesa desidera che questa luce illumini tutti gli uomini”.

La chiesa si dovrà misurare sempre sul progetto di Dio (Mistero), sarà il primo capitolo. La nuova impostazione fu e resta una rivoluzione storica dalle conseguenze incalcolabili. Il progetto divino che va realizzandosi nel popolo che Dio elegge a strumento lungo il pellegrinaggio della storia. La chiesa non è il papa, non sono i vescovi né i preti, ma tutti coloro che Dio convoca, elegge, chiama. I membri della chiesa sono il frutto di un amore antecedente (pro ghignosco), di una costante azione e preoccupazione di Dio che li indirizza (non predestina) a diventare conformi all’immagine del Figlio suo, affinché Egli sia il primogenito tra molti fratelli: chiamati incessantemente, continuamente perdonati e abilitati a rivestire i valori divini che sono in Cristo e in Dio Padre, grazie allo Spirito Santo (Rom 8,29-30); “.

L’eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, creò l’universo; decise di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina; dopo la loro caduta in Adamo non li abbandonò, ma sempre prestò loro gli aiuti per salvarsi, in considerazione di Cristo redentore, « il quale è l’immagine dell’invisibile Dio, generato prima di ogni creatura » (Col 1,15). Tutti infatti quelli che ha scelto, il Padre fino dall’eternità « li ha distinti e li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli » (Rm 8,29). I credenti in Cristo, li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza, stabilita infine « negli ultimi tempi », è stata manifestata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli. Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti ì giusti, a partire da Adamo, « dal giusto Abele fino all’ultimo eletto », saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale (n. 2,285)

La chiesa porzione di umanità è stata voluta non per privilegio, ma per condividere la responsabilità di donare il Vangelo. La Pentecoste dello Spirito l’ha manifestata ed avrà glorioso compimento alla fine dei tempi. Allora tutti i giusti, da Adamo all’ultimo eletto saranno riuniti presso il Padre nella chiesa universale (nell’assemblea universale).

La chiesa non è per se stessa, né per il suo prestigio; è voluta invece per il mondo, per continuare il progetto del Padre compiuto e realizzato da Gesù. Cambiare questa finalità sostituendola con la propria gloria e prestigio è idolatria. Con la nuova auto percezione la chiesa del Concilio imposta il documento a partire dal progetto di Dio (Il Mistero cap 1); segue il tema del popolo di Dio (cap. II), della gerarchia (cap III) e dei laici (cap IV). Oggi noi avvertiamo che sarebbe stato meglio parlare della vocazione universale alla santità subito dopo aver trattato del popolo di Dio, anziché collocarlo al cap. V.

Tuttavia il capitolo sulla santità ripristina la prospettiva biblica paolina: “La volontà di Dio è questa, che vi santifichiate” (1 Tess 4,3) e quella evangelica del discorso del Monte: “Siate perfetti come è perfetto il Vostro Padre celeste” (Mt 5,48) e corregge secoli di pensiero e di convinzioni distorte e selettive.

Ireligiosi erano ritenuti perfetti perché abbracciavano i consigli evangelici, visione discutibile e comunque parziale. I chierici (vescovi e preti) grazie al ministero apostolico di salvare le anime erano candidati al Paradiso. Gli altri uomini erano più facilmente preda del male e a malapena potevano salvarsi se accettavano di essere soccorsi e istruiti dalla dottrina cristiana.

Il mondo era ritenuto sostanzialmente cattivo e bisognava fuggirlo.

Il riconoscimento della vocazione universale alla santità da parte di tutti i membri della chiesa fu una svolta copernicana. Basti pensare che al n. 31 il laico è ancora definito in modo negativo, senza un volto preciso. Il testo risente ancora della vecchia interpretazione. Chi è il laico? Colui che non è membro dell’ordine sacro, né dello status religioso. Il testo non mette in modo evidente il primato del Vangelo presentato da Gesù nel cammino delle Beatitudini, le quali sono l’ingresso del vero volto del discepolo di Gesù. Ai poveri laici rimane solo il compito di vivere nel mondo nel modo più cristiano possibile. Tale visione riduttiva risente del passato e va superata. L’esistenza battesimale e la sequela al Vangelo hanno un valore primario e meritano di essere messi in rilievo particolare oggi. Di fatto il Concilio accetta il compromesso per raggiungere il più ampio consenso. In modo intelligente parlò della gerarchia al cap. III, dei laici al cap. IV. A questo punto sarebbe stato normale parlare anche dei religiosi, invece il documento presenta al cap. V l’universale chiamata alla santità.

Ci si può domandare criticamente perché quando parlò dei chierici non accennò al dovere di santità? La santità è solo per i religiosi? Una mentalità non ancora superata è convinta che il mondo è cattivo, che bisogna difendersi da esso, lottare senza fine contro le strutture di peccato in esso presenti. E l’attuale condizione dà certamente ragione, ma nasce una domanda: Dio non continua ad amare il mondo fino a donare continuamente il suo Figlio per salvare il mondo, perché esso condivida la vita propria di Dio? (Gv 3,16). Il suo Figlio si è forse vergognato di essere pienamente parte del mondo voluto e creato da Dio (Gv 1,14) e donargli una benevolenza secondo un crescendo? Dalla pienezza di Gesù noi tutti riceviamo una grazia in crescendo (Gv 1,16). Il cristiano non è solo l’uomo del cielo se il figlio di Dio si fece carne, povertà umana. La vecchia interpretazione resisteva da secoli; per questo anche al Concilio si pensava che prima di tutto c’è l’ordine sacro, depositario della rivelazione e dei mezzi per guarire e salvare, poi i religiosi, coloro che oltre ai comandamento abbracciarono i consigli evangelici, conducendo una vita eroica. I laici invece non hanno nulla di speciale, ma possono ricevere dai preti il perdono e la dottrina e dai religiosi l’esempio.

Questa prospettiva finalmente è saltata e al suo posto, il Concilio, rifacendosi al progetto di Dio, afferma che il Signore chiama un popolo strutturandolo e abilitandolo con tanti doni e carismi. Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così tutti, sia con l’offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo (n 11, 313). Tutti allora sono chiamati a nutrirsi e a vivere della Parola che esce dalla bocca di Dio. Tutti sono invitati a condividere la vita tipica dei valori di Dio, la santità. Finalmente il Concilio riconosce esplicitamente il valore altissimo della vita del matrimonio: “£ infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale (11,314)

Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e d’una tale grandezza, tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità, la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste (11,315).

La cancellazione pratica del progetto di Dio che si compie nel pellegrinaggio del tempo aveva dato alla luce il “principio mistico della perfezione”. Oggi, la rinnovata coscienza del tempo chiede con urgenza di trovare l’autentica direzione del cammino e di fornire allo svolgimento prolungato della storia un senso valido e positivo del tempo dopo Cristo. Per tale motivo è importante parlare oggi “del principio dell’imperfezione o di perfezione progressiva”. Il progetto divino, realizzato in Cristo, si manifesta gradualmente nella chiesa e nel mondo attraverso una vita di sapienza evangelica. Il tempo ci aiuta a operare progressivamente l’esatta messa in prospettiva all’obbedienza di Dio: a capire il vero volto dell’uomo e del mondo sognato da Dio e ad operare conformemente, al fine di costruire l’uomo e consentirgli la dignità qualitativa dell’essere immagine di Dio, nella forma dell’uomo Gesù.

La nuova impostazione conciliare parla del triplice dono dato ad ogni battezzato: tutti sono abilitati e chiamati ad offrire la propria vita come Gesù, realizzando una vita sacerdotale di offerta (cf Sai 40,7-9; Eb 10,5-7).

Tutti sono chiamati a vincere il male aiutati dalla Pasqua di Gesù, rifiutando di vivere una esistenza che abbia come unico obiettivo il proprio interesse. Il Vangelo chiama a rinnegare l’idolatria di se stessi e a sbilanciarci sul progetto di Dio, abbracciandolo. Questo impegno per Gesù significa prendere la sua croce imparando dalla sequela. Tutti sono chiamati a realizzare la Parola di Dio: tale è la vita profetica.

Il Concilio riassume al n. 31 il triplice dono dato a tutta la chiesa, reso attivo dal Battesimo, che ci rende capaci di partecipare all’offerta di Gesù: esercizio sacerdotale; alla sua vittoria sul male: la regalità; alla sua obbedienza di vivere di ogni Parola che esce dalla bocca del Padre; dimensione che apre sulla profezia e la prospettiva infinita della vita.

Al n. 32 si sottolinea l’uguale dignità di tutti i discepoli di Gesù, nessuna diseguaglianza; si auspica un’effettiva partecipazione da parte di tutti i membri delle chiese e riconosce in particolare il diritto dell’ascolto della Parola: “E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita (12,316). Cade così un’altra barriera del passato.

 Sfide aperte dal Concilio

Diversi temi non sono stati sufficientemente approfonditi dal Concilio né ripresi in questi cinquant’anni e molto lavoro resta da fare. Tra essi certamente il tema del laici e in particolare il protagonismo della donna, l’esercizio collegiale dei vescovi, una sana desacralizzazione del papato per favorire il suo servizio di presiedere il dialogo delle chiese particolari, il passaggio dalla chiesa universale a quella particolare che vive in un territorio, il tema della Chiesa-Corpo come concretezza che si relaziona a Cristo e tra le varie chiese, accettando l’unità non come uniformità, ma comunione delle differenze e con uguale dignità. E che dire dei temi quasi dimenticati, come quello della Chiesa povera e per i poveri? (cf. n. 8) Chiesa che circonda di affettuosa cura quanti sono affetti dall’umana debolezza e riconoscere nei poveri di valori nei peccatori perfino l’immagine del suo Signore?

Cf Mt 25,31-46: “Ero nudo, senza dignità, malato, in carcere”. Anche l’uomo fallito porta l’immagine della dignità di Dio e non cancella l’abbassamento fino alla croce, a cui Gesù giusto volle sottomettersi, condividendo la sorte dei ladroni (cf 8,306).

Il passaggio dall’ecclesiologia universale a quella particolare, locale è ancora un cantiere aperto. Così pure esistono legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale dì carità (13,320). La chiesa di un luogo ripropone il tema dell’inculturazione del Vangelo, che si radica in un territorio con la sua cultura, fatta da persone concrete. La chiesa diviene fenomeno localizzato con modelli diversi, pur nella rete della comunione. Chiesa convocata dalla Parola e capace di trasmetterla con la testimonianza e l’annuncio nel proprio territorio. Chiesa che vive della memoria – zakar – di Gesù diviene la sua memoria. “Fate questo per diventare la mia espressione storica” comanda Gesù ai discepoli che ricevono la sua vita nella Cena. Chiesa che promuove il progetto di Dio. perché di essa vive (Ef 1,9-10). Non chiesa che promuove se stessa con una logica istituzionale pervasiva, super-organizzata, centralizzata, che con la sua giuridicità diviene soffocante. Chiesa relazionale non autoritaria, il punto di forza sarà la partecipazione di tutti (n 12). Un popolo carismaticamente strutturato attorno alla Parola e alla Pasqua, mentre impara la sequela.

La chiesa in divenire verso la meta celeste

“La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria celeste (48,415). Il contrario di questa prospettiva è la chiesa antiquariato, museo magari ben conservato ma morto. Il Concilio rilancia la speranza, il divenire progressivo, il pellegrinaggio verso la meta luminosa, il di più di Cristo, che ancora deve assimilare. Chiesa che la nostalgia di pienezza, chiesa profezia della storia, del coraggio, non della cautela che la paralizza, o della paura del nuovo e dei cambiamenti: uGià dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi (cfr. 1 Cor 10,11). La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente acquisita e in certo modo reale è anticipata in questo mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di vera santità, anche se imperfetta. Tuttavia, fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora (cfr. 2 Pt 3,13), la Chiesa peregrinante nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali ancora gemono, sono nel travaglio del parto e sospirano la manifestazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19-22) (48,417).

Tutto questo comporta dibattito, rischio, persino conflitto, accettare la legge del camminare insieme sulla Via di Cristo. Chiesa conscia di nascere dai doni di Cristo, chiesa che crede nell’avvenire del Vangelo. Chiesa che vive in tante comunità meno note e reclamizzate, ma aperte al dialogo con tutti, chiesa ecumenica. Chiesa che non può essere diversa dall’immagine di Cristo della storia, che è quella del Servo, dell’Agnello ucciso, dell’uomo delle Beatitudini. Tutte immagini dell’amore, di colui che ama e offre la sua vita eternamente. Del Dio amore, del Cristo servo non si può parlare solo in termini di gloria, di successo, di onnipotenza. Gli è più propria l’immagine del dono, dell’accoglienza, dell’umiltà, della povertà.

Gesù di Nazaret, durante la sua vita terrena, è vissuto ai margini, ha ascoltato la voce interiore del Padre e quella della Parola data a Israele, che lo ha guidato per le strade con stile di obbedienza anche nella prova. Se questa è l’immagine di Gesù prima della Risurrezione, lo Spirito invita la chiesa ad una riforma. Essere meno appariscente, più vicina all’uomo ferito, debole, povero, malato, peccatore. Gli uomini più lucidi al Concilio e i profeti del nostro tempo si sentono più a loro agio in una chiesa che abbia il coraggio di manifestare la debolezza di Dio, incisa sul volto di Cristo, aspettando che la gloria appaia alla fine dei tempi.

Il Vangelo annunciato ai poveri fu il programma di Gesù (Le 4,16ss.). Ciò è possibile in profondità solo se la chiesa è essa stessa povera della povertà di Gesù Cristo. Chiesa come estensione della Trinità e da essa convocata (cf LG 4,288).

don Firmino Bianchin

Bibliografia

G. Lafont, La chiesa: il travaglio delle riforme, ed. S. Paolo;

               Teologia tra rivelazione e storia, EDB;

               Immaginare la chiesa cattolica, ed. S. Paolo.

T. Rey-Mermet,    Credere, EDB

P. Chenaux; N.Bauquet, Rileggere il Concilio, LUP.