Quaresima 2013 – 2a serata di spiritualità sul Concilio Vaticano II

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don Firmino Bianchin: Dei Verbum – Il primato della Parola nella vita della Chiesa

Il tema indicato, molto vasto e complesso, ci invita a concentrarci soprattutto sul cap VI della Dei Verbum (DV). Tuttavia, vorrei accennare prima “all’oggi ecclesiale”, con cui rileggeremo il grande documento del Concilio Vaticano II e segnalare che la lettura della Costituzione sulla Rivelazione può essere accostata da diverse angolature. Eccone un esempio:

a)  – l’iter del documento durante il Concilio;

b)  – l’immediato periodo storico che lo precede.

Inizio da quest’ultimo punto. I primi sessant’anni del 1900 furono segnati da lotte furibonde verso gli studi biblici, accusati di eresia; fu preso di mira il Pontificio Istituto Biblico. Si guardava con sospetto il movimento biblico, che favoriva la familiarità con la Bibbia come fonte di preghiera e di ispirazione per il comportamento della vita. La nuova aria che si diffondeva era contrastata da molti perché cambiava secoli di tradizione segnati dalla lontananza dalla Scritture. Una frase per tutte di P. Claudel descrive quei tempi: “Il rispetto verso la S. Scrittura è senza limiti: esso si manifesta soprattutto con lo starne lontani”! (1948).

Il contatto con le Scritture era impedito dall’analfabetismo, dalla mancanza di bibbie tradotte in italiano fino alla fine del 1700, dalla diffidenza delle autorità ecclesiastiche verso la lettura diretta della Bibbia da parte dei laici, vedendo soprattutto la reazione della riforma e dei gruppi-contestatori precedenti. Un documento di Paolo IV (1559) promulgava l’indice dei libri proibiti e tra questi c’era la Bibbia, vietandone la pubblicazione in italiano. Storica fu una frase di Paolo V nel processo contro alcuni parroci veneziani: Non sapete voi, come il tanto leger la Scrittura guasti la religione cattolica. (G. Fragnito, La Bibbia al rogo, Il Mulino, p. 330)

Quanti conoscono questa storia che ci precede non può non restare sbalordito quando legge, nella DV n 22: “è necessario che i fedeli abbiano largo accesso alle Scritture”. Naturalmente il Concilio non rilancia una tradizione sconosciuta. Basta conoscere l’ebraismo-giudaico, nella quale Gesù fu educato e in cui la chiesa primitiva è cresciuta per capire che si sta semplicemente ritornando alle fonti.

Tutti i Padri del primo millennio della chiesa praticavano la strada smarrita successivamente a causa di eresie, di analfabetismo, di scarsità di pergamene (non c’erano libri). Tali derive storiche portarono a un cristianesimo incolore, a una vita cristiana alimentata prevalentemente dalle devozioni, dalla legge e custodita dall’autorità.

Come rileggiamo oggi l’appello del primato della Parola di Dio, consegnatoci nel cap. VI della DV?

Un confronto con i documenti passati e soprattutto con il Concilio Vat. I, ci fa capire che la preoccupazione del Concilio non era di percorrere la strada delle semplici definizioni astratte e dottrinali. Il Vaticano II adotta una riflessione non scolastica, filosofica e dogmatica; la sua preoccupazione è testimoniale ed esperienziale. L’orientamento, più che difendere le verità di Dio, è volto a chiamare i discepoli di Gesù, perché diano attenzione e diventino familiari con il Dio che discorre e dialoga, partecipandosi all’uomo.

Scriveva Gregorio Magno il 5 giugno del 595: “Che cosa è la Sacra Scrittura, se non una lettera di Dio Onnipotente alla sua creatura? […] Il Re del cielo, il Signore degli uomini e degli angeli ti ha scritto le sue lettere, perché tu viva, e tuttavia, illustre figlio, trascuri di leggerle con ardente amore. Cerca dunque, ti prego, di meditare ogni giorno le parole del tuo Creatore. Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio ” (Lettera a Teodoro, medico dell’imperatore).

Ecco la grande opportunità da riscoprire ponendola come obiettivo centrale della vita: il primato di questa relazione, che riplasma tutte le altre relazioni e le occupazioni dell’uomo. Il dialogo con Dio è in vista di un incontro, che ci arricchisce in modo sorprendente con la comunione di vita e di contenuti senza sudditanza alla sua autorità.

La finalità del suo discorrere con noi è quella di svelarci il progetto e aver parte alle sue ricchezze, trattandoci con benevolenza amicale e non con il terrore delle sue minacce (cf DV n. 2). Lo scopo è trarre in salvo l’umanità.

Se questo è l’obiettivo per cui Dio prende l’iniziativa di allacciare il dialogo relazionale con l’uomo e di non lasciarlo alla deriva di un destino vuoto, che sta creandosi con le proprie mani, sorge una domanda: oggi, da quale situazione culturale, sociale ed ecclesiale ci apriamo al Dio che vuole dialogare con noi?

Prendo lo spunto da un grande teologo, p. H. De Lubac, protagonista del Concilio, autore di molti testi che meriterebbero di essere conosciuti: Esegesi medioevale, paradossi e nuovi paradossi, il dramma dell’umanesimo ateo etc.

Da quest’ultima opera, riprendo una frase. Il p. De Lubac citando F. Nietzsche, scrive che il filosofo non ce l’aveva con il Cristo. Egli disprezzava piuttosto la mediocrità dei cristiani, le loro ipocrisie, il loro stile dolciastro e nebbioso. Quanti ci stanno accanto ogni giorno, osservano sulle nostre fronti l’irraggiare di quella gioia che venti secoli fa rapiva gli spiriti eletti del paganesimo? Abbiamo noi cuori di uomini risuscitati? Siamo testimoni delle Beatitudini? Anche Ghandi ebbe a dire: Molto di ciò che viene considerato cristianesimo è la negazione del discorso della Montagna. E riportando una lettera di G. Rivière indirizzata a P. Claudel, continuava: Non si sa quello che fanno ancora nel cielo delle nostre città quelle guglie che non rappresentano più la preghiera di nessuno di noi. Non si sa che cosa esprimano sulle nostre tombe quelle croci! Quanti oggi sembrano fedeli alle verità, ma appaiono senza virtù, senza forza interiore?

Su questa scia potremo aggiungere: quanti poveri oggi si sentono traditi e delusi da chi si fregia del nome di cattolico? Il Vangelo affascina ancora vedendo i cristiani? La chiesa attira, o non accade che, alcuni, giunti sulla soglia si arrestano e lo spettacolo che vedono li respinge indietro? Quanti dicono di appartenere esternamente non si sa bene se a Cristo o a una istituzione socio-religiosa civile italica o padana, ma poi di fatto fanno bestemmiare il Salvatore, anzi loro stessi lo bestemmiano, comprendendolo sempre meno e dando prova di una qualità mediocre di cultura e di vita civile?

A uno sguardo generale, forse generico, la pratica cristiana appare snervata, secolarizzata, formale, persino poco abitudinaria, senza motivazioni profonde e convinte. Anche gli appuntamenti sacramentali come i matrimoni, le cresime, o i gesti di pietà come le esequie possono trasformarsi in pratiche senza sincerità con l’evento sacramentale, senza presa reale sulla vita.

Ecco come è diventato il Vangelo nelle nostre mani; ecco come può finire l’immensa speranza che si era levata sul mondo con la Pasqua di Gesù! Vi si può ancora riconoscere il soffio dello Spirito divino? Molti tra di noi, non fanno forse oggi professione di cattolicesimo per le stesse ragioni di conforto interiore, di conformismo sociale, per qualcuno ancora utile, mentre se fossero vissuti venti secoli fa, avrebbero osteggiato l’annuncio della Buona novella. (p. H. De Lubac, il dramma dell’umanesimo ateo, Morcelliana)

Oggi siamo alle prese con i tagli della spesa, che si abbattono come scure su intere popolazioni di poveri e indigenti, mentre assistiamo attoniti all’esibizione dei privilegi di feste, sprechi indecenti, offensivi anche delle più elementari leggi della solidarietà tra gli uomini. Ci sono persone a ottocento euro al mese che si occupano dei malati, di ultimi, mantenendo la propria famiglia con dedizione e dignità a fronte di stipendi da capogiro nell’ambito di pubbliche istituzioni, che foraggiano se stesse anziché prendersi cura dei più deboli. E’ lo spettacolo forse ancora non del tutto svelato ai nostri occhi.

In un contesto religioso e sociale così problematico rileggiamo il documento conciliare Dei Verbum

Oggi si è convinti che la Dei Verbum rappresenti il testo più bello, più completo e innovativo del Concilio Vaticano II, ma anche il più tormentato, quello che ha conosciuto la più lunga gestazione (il testo fu riscritto per ben cinque volte). E’ anche il testo meno citato dal Magistero in questi cinquant’anni, come ricordava il Card. C.M. Martini.

Presentato dall’apposita commissione preparatoria il 14 novembre 1962, suscitò una tempestosa discussione; il card. Lienart, con parole durissime, bollò il documento come inadeguato per trattare la S. Scrittura. Si doveva esaltare la Parola di Dio, dimostrando il grande amore per essa, evidenziare la sua intrinseca forza ed efficacia. Il card. Frings, (arcivescovo di Colonia, che aveva come teologo Ratzinger) disse che i vescovi hanno il dovere di predicare per saper attrarre. Il testo era troppo scolastico ed astratto.

Il card Alfrink (olandese) ricordò il discorso di apertura del Papa: non si fa un Concilio per ripetere ciò che è già definito. Dopo i malumori e le tensioni, si giunse alla decisione (il 20 novembre) di continuare la discussione, senza respingere il testo. Ma a sorpresa, papa Giovanni XXIII, impose il ritiro dello schema e affidò a una nuova commissione il rifacimento del testo da discutere. Fu un gesto profetico di grandissimo valore. Infatti su 2209 votanti, 1368 erano d’accordo sul testo preparatorio e 822 ne volevano il cambiamento. Papa Giovanni, di autorità, volle un testo nuovo. Continuarono le discussioni, gli approfondimenti, le reazioni fino all’ultimo schema, accettato il 22 settembre 1965, votato definitivamente il 18 novembre 1965 (2344 voti a favore, 6 contrari su 2350 votanti).

Fu il testo più travagliato del Concilio; per la prima volta si trattava così a fondo il fondamento del cristianesimo con un linguaggio biblico (paolino-giovanneo) e patristico, con una esposizione serena e positiva. Non c’erano eresie ed errori da combattere, ma il desiderio di trasmettere l’esperienza amorosa di ascolto al Dio che ci parla, che la chiesa per prima è chiamata a vivere e irradiare.

Struttura della Dei Verbum

L’introduzione: Il Concilio intende vivere da discepolo l’ascolto della Parola. Riconosce il primato indiscusso della Parola di Dio a cui tutti devono servire, prima ascoltandola e sperimentandola, poi annunciandola non come dottrina astratta, ma come evento che salva. Facendo ciò il Concilio si mette con gli apostoli alla scuola di Cristo. Ascoltando si crede, credendo ci si apre al futuro della speranza, del compimento delle promesse, credendo e sperando si apprende l’amore. Questa scuola, nata dagli apostoli, mai interrotta nella tradizione, ha la sua sorgente nella Trinità: la Parola era presso il Padre, diviene evento-storia di salvezza nella vicenda Gesù (incarnazione), irradiato attraverso l’esperienza e l’annuncio (si ricorda implicitamente lo Spirito della Pentecoste). Il ruolo della chiesa non è quello del potere, ma dell’ascolto e dell’irradiazione della vita divina (o vita eterna). I testi sono di Gv 1,1.5.14; l Gv 1,1-4.

Il proemio e il primo capitolo (nn. 2-6)

Portano l’attenzione sulla rivelazione, non primariamente come dottrina e verità, ma su Dio che si dona, che si partecipa. Il cap. I fa da inclusione con l’ultimo (VI). La Parola di Dio nella chiesa non è altro che il Dio che si partecipa a noi in Cristo, per condividere i suoi valori e la sua vita. La nota non è di tipo cognitivo ma esperienziale.

Cap. I (nn. 2-6) – Dio, di cui si ricorda l’amore e la sapienza, non prima la sapienza e poi l’amore! Prima viene la benevolenza che ci dona il valido agire nelle vie tortuose della nostra vita. Prevale la benevolenza, la condiscendenza sulla morale. Il modo con cui Dio usa misericordia con gli uomini, le vie di Dio che Israele e la chiesa hanno sperimentato vale anche nel presente e dovrebbero servire di esempio per tutti nel comportamento verso l’uomo in generale e per i più deboli in particolare. Tema che Cristo richiamerà nel discorso del monte: “siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”(Lc 6,36).

Di Lui percepiamo il progetto (Ef 1,9), che ci viene partecipato come a degli amici. Per questo Dio si intrattiene discorrendo volentieri con noi (cf Gv 15,14; Es 33,11). Si tratta di una relazione fatta di eventi e di parole. Che ne sarebbe della migrazione di Abramo senza una chiamata esplicita, fatta di promesse? Che ne sarebbe della migrazione di Israele, dell’esilio senza le parole dei profeti? Sarebbero esperienze oscure, che non offrono direzioni verso la salvezza (3).

Ecco allora che il progetto si dispiega lungo la storia, la cui vetta è Cristo (4). Lungo la storia il progetto regge solo perché Dio è fedele a se stesso, alle promesse fatte, non per le nostre fedeltà e i nostri meriti. Egli è amore: se Dio non fosse amore avrebbe risposto con rappresaglia in tante occasioni e soprattutto nella morte del suo Figlio; invece ce lo dona come salvezza (cf Le 24). Ecco l’evento spiegato nella Parola-Sacramento Pasquale. Se Dio non fosse fedele, l’uomo non potrebbe raggiungere una maturità affidabile.

Si ricorda l’importanza di aprirci al dono di Dio; la fede è frutto del suo aiuto (5). Il n 6 fa da inclusione e riassumendo, ricorda che questa storia è gratuita. Dio non ha bisogno di noi, ci ha voluto per riempirci della sua vita attraverso uno stile amicale, improntato alla benevolenza, (cf. H. De Lubac, la rivelazione divina e il senso dell’uomo, Jaca Book, 1985).

Il capitolo II affronta in maniera nuova il concetto di Tradizione (nn 7-10).

La Scrittura non è un libro che viene dal cielo, ma la narrazione di esperienze vissute e approfondite, che sempre si realizzano. Il progetto è del Padre, l’evento centrale Gesù. Il tutto si rende visibile e realizzabile sotto la guida dello Spirito. La Tradizione e la Parola nascono dall’unica sorgiva e sono possibili perché lo Spirito ispira continuamente il dono e la risposta umana.

Un patrimonio non statico, dottrinale, ma un’esperienza vitale che cresce, con la riflessione, lo studio e l’accoglienza reale, come ha fatto Maria di fronte all’evento del suo Figlio (Lc 2,19-51). Affinché tutte le parole di Dio giungano a compimento in noi: il testo riprende Gregorio Magno che dice: “La Parola cresce con colui che la legge”. Nella chiesa c’è un di più incessante, si va verso il futuro. Il passato è solo un evento da assimilare e dilatare. Le nostalgie che ripropongono semplicemente un passato ripetitivo sono patologie, non esperienze di fede viva. (8)

S. Gregorio Magno chiarisce felicemente quanto è detto nel testo conciliare commentando nei Moralia, Libro XX: “La Sacra Scrittura è di gran lunga superiore ad ogni scienza e conoscenza, anche a prescindere che insegna la verità e ci chiama alla patria celeste. Essa converte il cuore dei fedeli dai desideri terreni a quelli eterni; con la sua oscurità stimola i forti e con il suo umile linguaggio attrae i piccoli; non è così oscura da incutere timore, né così chiara da deludere; non annoia chi la frequenta, anzi, quanto più uno la medita, tanto più l’ama. Con le sue semplici parole invoglia l’animo di chi legge e con ì suoi sublimi significati lo eleva. E’ come se crescesse insieme con il suo lettore, perché si fa capire dai più semplici e si rivela sempre nuova ai più esigenti. […] Con un medesimo discorso narra un fatto e rivela un mistero, e mentre racconta eventi passati annunzia quelli futuri; e senza mutamento di stile o linguaggio con le medesime parole sa descrivere fatti passati e annunziare altri che dovranno accadere”.

Lo sviluppo della comprensione ed attualizzazione della Parola è garantito dalla Pentecoste in atto, che suscita la vita, la raddrizza, la guida e la porta a maturità (cf 2Tim 3,16) (9).

S. Gregorio Magno ricorda: Ti lamenti, se non risponde ad ogni tua parola… Come a dire: Dio non risponde al cuore dei singoli mediante voci private, ma formula una parola capace di soddisfare i problemi di tutti. Se ciascuno di noi cerca nella Parola della sua Scrittura la risposta ai propri problemi, la trova, e non c’è bisogno che uno cerchi dalla voce divina una risposta speciale alla propria specifica situazione (Moralia, Libro XIX, 34).

Infine si ricorda la responsabilità di tutto il popolo di perseverare nell’aderire alla Parola, obbedendola e custodendola. Il magistero per primo deve dare esempio di discepolato e di servizio alla Parola. La sua diaconia non è la suprema autorità della chiesa (At 2,42). Il Magistero per dono dello Spirito ha il compito di fede, espressa così dalla DV: piamente ascolta, santamente custodisce, fedelmente espone (10). Esso ascolta non primariamente per criticare, ma per seguire. Alla domanda “come la Scrittura continua a determinare la vita del credente” si risponde: “la Scrittura è guida sicura nei rapporti con Dio e gli uomini.

Il capitolo III porta l’attenzione sulla interpretazione della Scrittura. E il Concilio esplicita finalmente che le verità di Dio riguardano solo ciò che realizza la salvezza (n 11). Le interpretazioni devono tener presente ciò che l’autore intendeva dirci narrando con parole e sensibilità umana (n 12). Dio infatti ha scelto la via dell’abbassamento; egli parla con sensibilità e limiti umani, fino a rendersi definitivamente presente nella persona di Gesù, il suo Figlio, fatto in tutto simile all’uomo, eccetto il peccato.

Il capitolo IV (nn 14-16) parla dell’unità dei due Testamenti, vietando scelte marcionistiche che non riconoscono il Primo Testamento. Dio si adegua alla piccolezza umana adottando una pedagogia nel relazionarsi a noi. Una rivelazione che si manifesta lentamente e progressivamente. Il valore del Primo testamento deriva dal fatto che racconta la storia salvifica in atto, un dinamismo profetico che culminerà in Cristo e da noi rivestibile. Il Primo Testamento descrive il Dio che si manifesta gradualmente, e nonostante le sue imperfezioni offre un insegnamento preciso su Dio e sull’uomo, che prepara la rivelazione del Vangelo, nel quale Dio si fa interamente dono agli uomini nel suo Figlio (cf DV 3). L’aspetto della rivelazione progressiva si ritroverà in S. Giovanni cap 16,12-13: Cristo dirà agli apostoli: ho ancora molte cose da dire, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Lo Spirito vi condurrà alla verità tutta intera.

Scrive S. Gregorio Magno al cap VI, 13 di Moralia: E’ bello vedere come Dio abbia disposto, tra le sue opere meravigliose, l’avvicendarsi delle stelle nella volta del cielo per illuminare la notte della vita presente, al termine della notte sorge, vera stella del mattino, il redentore del genere umano. Il corso della notte, punteggiato dalle stelle che sorgono e tramontano, riceve dal cielo grande splendore di bellezza. Affinché la luce delle stelle, una dopo l’altra e ciascuna a suo tempo, fughi le tenebre della nostra notte, è comparso Abele a mostrarci l’innocenza; è venuto Enoc ad insegnarci la purezza dei costumi; è venuto Noè a suggerirci la longanimità della speranza e dell’azione; è venuto Abramo a manifestare l’obbedienza; è venuto Isacco a dare esempio di castità coniugale; è venuto Giacobbe a mostrarci come si sopporta la fatica; è venuto Giuseppe ad insegnarci a rendere bene per male; è venuto Mose come esempio di mansuetudine; è venuto Giosuè ad ispirare fiducia nelle avversità, è venuto Giobbe a mostrare la pazienza in mezzo alle prove. Ecco le fulgide stelle che scorgiamo nel cielo. Sono lì per aiutarci a percorrere con passo sicuro il nostro sentiero nella notte. La divina provvidenza ha messo sotto gli occhi degli uomini la vita dei giusti come altrettante stelle che brillano in cielo sulla vita dei peccatori finché spunti la vera stella del mattino, la quale, annunziandoci l’aurora eterna, con la sua divinità splenderà più luminosa di tutte le altre stelle.

Tutti gli eletti che vissero santamente prima del Redentore, lo hanno profetizzato e con le opere e con le parole. Non ci fu nessun giusto che non abbia prefigurato e preannunziato Cristo.

Prima di Gregorio Magno, S. Agostino scriveva: “Il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico e l’Antico è svelato nel Nuovo “.

Il capitolo V (nn 17-20) parla del carattere storico, non astratto e di compimento del NT, punto di arrivo e di partenza per noi, finché ogni parola giunga a compimento.

Il capitolo VI (21-26) è il centro della Dei Verbum: La Parola nella vita della chiesa

Paragonato ai capitoli precedenti della DV, ricchi di contenuto teologico, il cap VI che chiude il documento potrebbe apparire come esortazione omiletica. Invece grandi teologi vedono in esso la chiave e il punto di arrivo di tutta la costituzione sulla Divina rivelazione, la parte più importante, ilcontenuto veramente nuovo del Concilio per la Chiesa, che superò le più audaci previsioni ed attese. Un capitolo davvero ricco di promesse. La nostra recente formazione parlava prevalentemente di sacramenti; e l’iniziazione cristiana ancora vigente ripercorre queste tappe: battesimo, comunione, cresima. Non è da augurarsi che l’impegno delle comunità cristiane insegni finalmente come accostare la Bibbia, come leggerla, perché diventi la prima fonte di spiritualità, di preghiera, di comportamento? Non è augurabile che le leggi ecclesiastiche cedano il posto al primato della Parola?

Il n 21 enuncia il principio fondamentale sul dovere della chiesa verso la Scrittura, che è regola suprema della fede. La Scrittura occupa il primo posto e rende intellegibili e significativi i sacramenti facendo un tutt’uno con essi. Il principio viene da Emmaus, Le 24. Non la chiesa è benefattrice verso la Parola, ma il contrario. Per questo la chiesa dovrà venerarla. Non è la chiesa, il credente che custodisce la Parola, ma la Parola custodisce la chiesa. Imparare a venerarla è un cambio di prospettiva e di prassi ecclesiale più rivoluzionari di quanto non si pensi. La Scrittura è il dono che Dio ci ha affidato, un tutt’uno con i Sacramenti, perché la Parola si è fatta carne e si consegna a noi.

Riprendendo i nn 2-3 il Concilio presenta la rivelazione come il Padre trascendente che viene incontro con grande amore ai suoi figli e conversa con loro. Il primo atto della preghiera è questo ascolto che accoglie. Tanta aridità e incapacità di pregare dipende da questa drammatica dimenticanza della pedagogia spirituale. La forza e la potenza di Dio si trovano già nella Scrittura; questo era stato dimenticato da secoli (cf Eb 4,12 e ITess 1,4-5). L’unità delle mense – Parola ed Eucarestia – sono proposte da Gesù nel Vangelo di Luca, cap 24 e Gv 6, riprese anche dal documento Presbiterorum ordinis n 18. Tutta la tradizione dei Padri è concorde con la riscoperta che il Concilio propone al n 21: l’unità delle due mense, la cui venerazione è da apprendere. Agostino, nel sermone 56 afferma: “il pane quotidiano che noi domandiamo nel Padre nostro è insieme il pane eucaristico e quello della Parola”. E S. Girolamo, nel Commento a Qoelet scriveva in precedenza: “l’apprendimento delle Scritture è un vero cibo e una vera bevanda”. Va da sé che tutta la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana debbano essere nutrite e normate dalla S. Scrittura e lo stesso Magistero, come Maria, dev’essere prima discepolo e poi servitore della Parola.

Tutta la vita religiosa trae origine, è regolata e illuminata dall’ascolto della Parola e non dalle semplici prestazioni, dalle pratiche o dagli obblighi religiosi. Senza la Parola tutto si svuota a causa della ripetitività meccanica e miracolistica. Si ricorda che l’incontro con la Parola è prima di tutto un atto di benevolenza del Padre, che ci viene incontro e ci partecipa tutte le sue potenzialità, le sue energie, il suo nutrimento e la salvezza. In ebraico la Parola è Dabar, che significa parola, azione di illuminazione e di guarigione. E’ Sacramento, sorgiva della vita che Dio suscita mediante lo Spirito e il Figlio suo.

Al n. 22 si ricordano le conseguenze pastorali: donare la Parola in modo che diventi alimento. La Parola non funziona magicamente, anche se parla a tutti. Quindi è necessario un largo accesso ai fedeli. E’ la prima volta, dopo il 1000, che il Magistero dice questo. E’ una novità assoluta, che riprende fedelmente la Tradizione dei Padri. Una simpatia e un suggerimento ai quali ci eravamo disabituati.

Nn 23-24 – La teologia deve aiutare l’accoglienza della Parola.

E finalmente, il n. 25: La Parola nella vita del singolo credente. Il Concilio invita alla Lectio, come attitudine fondamentale. Trascurare la Scrittura significa cadere nell’ignoranza di Cristo, cadere nel vuoto. Una religione senza Cristo non è più quella voluta dal Padre per noi. E’ Cristo che guida alla verità tutta intera (Gv 16,13) e per lo Spirito ci permette di accedere alle profondità di Dio, di Cristo e di noi stessi (1 Cor 2,10).

L’articolazione dell’impegno è come una relazione nuziale – haerere in Scritturis – attraverso una metodologia chiara, fatta di lettura, di profezia, di preghiera, di esperienza che assimila i contenuti donati attraverso un processo dinamico, finché la Parola giunga in pienezza a ciascuno di noi. Il n. 25 è importante perché parla di ciò che è necessario nella chiesa. Prima il Concilio lo pensava per i soli sacerdoti, poi i religiosi hanno reclamato lo stesso dovere e diritto, infine i Padri conciliari si sono convinti che l’obbligo era da estendersi a tutti i cristiani, indistintamente. Il testo parla di “pia lettura”, non assume ancora il termine patristico-monastico di lectio divina.

Lettura biblica dei Padri secondo i quattro sensi:

Le Scritture sono lette secondo uno sviluppo:

  1. Senso letterale: “Littera gesta docet” – Il fatto nudo e crudo narrato.
  2. Senso allegorico: “Quid credas allegoria” – La ricerca del significato, guidati dallo Spirito, ossia del contenuto profetico nella linea di Cristo. Dio dispone provvidenzialmente i fatti della storia per annunciare e anticipare l’evento Cristo: lettura cristologica ed ecclesiologica della Scrittura. (Si legga il testo di Melitene di Sardi e di Gregorio Magno – Moralia (commento al Libro di Giobbe, p 107)).
  3. Senso tropologico (tropos = costume), senso etico, morale, pratico “moralis quidagas”. La Scrittura indirizza l’agire della persona (2Tim 3,16) e la trasforma.
  4. Senso anagogico (ana-ago) ‘quo tendas anagogia”. Parla della comprensione e dell’inveramento dinamico, finché tutte le parole giungano a compimento (cf D.V. n 8).

La storia della salvezza, narrata nella Bibbia, si realizza giorno dopo giorno in noi. E’ la sfida più ardua ed affascinante della vita:

“affinché Cristo sia tutto in tutti”( Col 3,11)

“affinché Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15,28)

“Quello che è stato scritto è stato scritto per la nostra istituzione ” (Rom 15,4-6) Abbiate in voi la stessa capacità di interpretare e di progettare di Cristo ” (Fil 2,5).

Dio non risponde al cuore dei singoli mediante voci private, ma ci parla attraverso la Scrittura. Questa metodologia prenderà anche il nome di lectio, ruminatio, oratio, contemplatio. Dio risponde così alle nostre domande.

Quanto al compito dei Vescovi il loro ruolo non è più principalmente quello di controllare quanto si comincia a fare in favore dell’educazione biblica, ma di istruire e promuovere i fedeli nella familiarità con le Scritture, per apprendere la sublime scienza di Cristo (Fil 3,8). A questo punto, il testo della Costituzione DV inserisce un’affermazione di S. Girolamo che commenta Isaia: L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo! A tutti dunque viene chiesto l’impegno di lettura e di approfondimento, per imparare a scrutare ciò che Dio ci vuole comunicare e di assimilarlo mediante un’attitudine orante. Primo atto della preghiera è leggere quanto Dio ha scritto per noi. Il secondo atto è di rispondere non partendo solo dalle necessità ma per accogliere, vivere ed esprimere quanto egli ci chiede, insegna S. Ambrogio. Il Concilio ci educa al dialogo con Dio, molto più ricco che nel passato. Se qualcuno rileggesse le affermazioni di papa Clemente XI (1711) che vietavano ai cristiani la lettura della Scrittura e particolarmente del Vangelo, imponendo a chi trasgrediva una specie di scomunica, si renderebbe conto di quale dono di Spirito Santo sia stato fatto oggetto il cammino di noi cristiani-cattolici in questo tempo. Davvero il Concilio è il fatto più importante della storia contemporanea.

N. 26 – Così e solo così la Parola compie la sua corsa e si visualizza in noi (glorificata). Il Concilio si congeda con l’augurio che, aderendo alla Scrittura e ai Sacramenti (cf Emmaus) tutta la chiesa riceva un nuovo impulso di vita secondo lo Spirito.

I frutti di questa impostazione

Essi vanno ricercati nella familiarità con la Bibbia, nella preghiera rinvigorita, nella vita delle persone meno confuse nell’interpretare le oscurità e la bellezza delle esperienze personali e della storia, nella capacità di reggere alle sfide con atteggiamenti profetici, positivi, che promuovono la qualità umana. Il primato della Parola aiuta a condividere e solidarizzare con i poveri. Dio si è impoverito per arricchirci; la solidarietà, non l’avere diventano criterio del Vangelo (cf. Le 10-11). Ne trae beneficio la vita, che diviene meno dispersiva e frantumata, meno lacerata. Il riferimento alla Parola di Dio è un bene per l’uomo ed è un’esperienza di “pace attiva”. Questa impostazione dona l’identità ai credenti discepoli di Gesù e li abilita al dialogo accogliendo senza cedimenti le differenze, valorizzando i provvidenziali arricchimenti che nascono dal confronto nelle relazioni umane.

Si aprono così nuovi spazi di esperienza, sapendo che “Dio non fa distinzione di persone, ma accoglie chi lo venera e pratica la giustizia (= cerca il suo progetto) a qualunque nazione appartenga” (At 10,34-35).

La qualità della vita ecclesiale dipende dal rapporto con la Parola. Questo confronto dà spazio allo Spirito prima che alla legge, mette al centro la coscienza e la responsabilità anziché la delega. La chiesa non è una società perfetta, ma un popolo che migra verso la pienezza delle promesse e lo svelamento del volto ineffabile del Padre, dopo averlo intravisto nella vita del suo Figlio Gesù (Gv 14).

Firmino Bianchin

Suggerimenti bibliografici

1.  Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, Elledici, 1967

2.  B. Maggioni, Impara a conoscere il volto di Dio nelle parole di Dio, Messaggero PD, 2001

3.  AA.VV. (S. Lyonnet) in: Vaticano II venticinque anni dopo, Cittadella Assisi, 1987

4.  A. Schokel, La Parola ispirata, Paideia Brescia, 1967