Ricordando Mons. Romero

Vescovo RomeroMons. Oscar Arnulfo Romero “Un percorso di santità”

Don Silvano Perissinotto, direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, ricorda Mons. Oscar Arnulfo Romero, Vescovo martire della Chiesa che a Maggio sarà proclamato Beato.

Martedì 28 Aprile ore 20.30 in sala Bachelet (sotto la chiesa della parrocchia di San Giuseppe Lavoratore) a San Donà di Piave.

Oscar Arnulfo Romero

Oscar Arnulfo Romero nacque il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios, nello stato di El Salvador. Segnato dalla malattia fin da piccolo, Oscar si rendeva conto della propria debolezza e ne soffriva. La malattia ebbe ripercussioni a livello psicologico, traducendosi in poca fiducia in se stesso e nel bisogno di essere incoraggiato per sentirsi sicuro nelle proprie azioni. Fin dall’infanzia e per tutta a vita prestò grande attenzione a scegliere gli amici. Sostanzialmente egli rimase un solitario e si trovò sempre a suo agio nel silenzio e nella meditazione. Il giovane Romero entrò in Seminario nella città di san Miguel e fu mandato poi a studiare a Roma, dove venne ordinato sacerdote nel 1942. Nel 1943 ritornò in El Salvador e operò come parroco nella diocesi di San Miguel. La stessa intransigenza che Romero aveva con se stesso l’aveva anche con gli altri. Tutti erano convinti delle sue doti, ma lo giudicavano troppo rigido.

La profonda spiritualità di padre Romero si esprimeva concretamente nella carità: aiutare i poveri era per lui un’imperiosa necessità. Nel 1968 fu fatto segretario della conferenza episcopale salvadoregna. Nel 1970 venne nominato ausiliare nell’arcidiocesi di San Salvador. Nel 1975 diventò vescovo di Santiago de Maria; due anni dopo fu scelto come arcivescovo di San Salvador, scontentando l’ala più progressista della Chiesa che lo considerava troppo vicino al potere. Il cambiamento che si manifestò in lui subito dopo l’assunzione del ministero episcopale fu per molti una vera sorpresa. Si può parlare di una vera e propria conversione, anche se non nel senso repentino di una via di Damasco. Si trattò di una conversione che era andata maturando poco a poco nel cuore di quell’uomo a volte tormentato, a volte intrepido, sempre generoso. Giunse però l’ora di un passaggio decisivo. Nella drammatica situazione politica e sociale del suo Paese, mons. Romero cominciò a denunciare con forza le ingiustizie e le violenze subite dai contadini e dai poveri. Tutto ciò era vissuto nel discernimento alla luce della parola di Dio di quanto accadeva. L’uccisione di padre Rutilio Grande segnò una svolta decisiva in questo cammino.

Nei tre anni di episcopato nella capitale Romero fu promotore del dialogo e della riconciliazione in seno alla Chiesa e al Paese. La sua popolarità crebbe enormemente; ma assieme al favore di poveri attirò anche l’ostilità dei potenti e di parte della stessa gerarchia cattolica salvadoregna.

Mentre ormai la nazione scivolava verso la guerra civile, Romero si fece voce dei senza voce, difensore dei poveri sottoposti alla spirale di violenza scatenata dal governo militare e dalle formazioni guerrigliere di opposizione. La sua posizione di mediatore lo rese inviso ai fautori della violenza e delle soluzioni di forza. Fu così che si arrivò alla morte, un vero atto di martirio, destinato a rimanere nella memoria collettiva.

La sera del 24 marzo 1981, alle sei cominciò a celebrare la messa. Alle sei e venticinque era giunto all’offertorio. Qualcuno accostò un’auto al muro del recinto, salì sul tetto, con un fucile a cannocchiale, prese di mira il celebrante attraverso un finestrone della cappella. Un solo sparo. Colpito al cuore, mons. Romero cadde a terra con il calice in mano, morendo quasi all’istante.

Chi lo ammazzò non avrebbe mai potuto immaginare l’enorme eco del tragico evento e la forza spirituale che esso suscitò e continua a suscitare.

Omelia

Vi parlerò semplicemente come pastore che, assieme al suo popolo, ha imparato la bella e dura verità che la fede cristiana non ci separa dal mondo, ma ci immerge in esso; che la Chiesa non è un fortino isolato dalla città, ma segue l’esempio di quel Gesù che visse, lavorò, lottò e morì nella città, nella polis. In questo senso, vorrei parlare della dimensione politica della fede cristiana: nel senso preciso delle ripercussioni della fede nel mondo e anche delle ripercussioni che l’inserimento nel mondo provoca nella fede. Dobbiamo essere chiari fin dal principio sul fatto che la fede cristiana e l’azione della Chiesa hanno sempre avuto ripercussioni sociali e politiche. Agendo o non agendo, per connivenza con l’uno o l’altro gruppo sociale, i cristiani hanno sempre influito nella configurazione del mondo in cui sono vissuti. Il problema è come deve essere l’influsso sul mondo sociale e politico affinché questo mondo sia veramente plasmato secondo la fede. […]

Il nostro mondo salvadoregno non è un’astrazione; è un mondo che nella sua enorme maggioranza è formato da uomini e donne poveri e oppressi. Di questo mondo dei poveri diciamo che è la chiave per comprendere la fede cristiana, l’azione della Chiesa e la dimensione politica di questa fede, di questa azione ecclesiale. Sono i poveri che ci dicono cos’è la polis, e che cosa significa per la Chiesa vivere realmente nel mondo. Permettetemi che, partendo dai poveri del popolo che io rappresento, spieghi brevemente la situazione e l’azione della nostra Chiesa nel mondo in cui viviamo e rifletta poi, partendo dalla teologia, sull’importanza di questo mondo reale, culturale, sociale e politico per la fede.

Negli ultimi anni la nostra Arcidiocesi è andata prendendo, per quanto riguarda la sua attuale pastorale, una direzione che si può descrivere e capire solo definendola «un giro attorno al mondo dei poveri». Come è successo in altri luoghi nell’America Latina, dopo molti anni e forse secoli, sono risuonate fra noi le parole dell’Esodo: «Le grida del mio popolo sono giunte a me, ho veduto l’oppressione che fa soffrire» (Es 3,9). Queste parole della Scrittura ci hanno dato nuovi occhi per vedere ciò che sempre è stato fra noi, ma tante volte nascosto, anche allo sguardo della stessa Chiesa. […] In questo mondo inumano, la Chiesa della mia Arcidiocesi ha cercato di incarnarsi. Non dico ciò con spirito trionfalistico, dal momento che so bene quanto ancora dobbiamo fare per questa incarnazione. Però lo dico con immensa gioia, perché abbiamo fatto lo sforzo di non passare alla larga, di non ignorare il ferito lungo la strada, ma di avvicinarci a lui come il buon samaritano. È questo avvicinarci al mondo dei poveri che intendiamo per incarnazione e conversione. I cambiamenti necessari all’interno della Chiesa, nella pastorale, nell’educazione, nella vita religiosa e sacerdotale, negli stessi movimenti laici che non eravamo riusciti a ottenere all’interno della Chiesa, li stiamo conseguendo ora rivolgendoci al mondo dei poveri. Questo incontro con i poveri ci ha fatto recuperare la verità centrale del Vangelo con la quale la Parola di Dio ci incita alla conversione. La Chiesa ha una buona novella da annunciare ai poveri. Quelli che per secoli hanno ascoltato cattive notizie e hanno vissuto le realtà peggiori, stanno ascoltando ora attraverso la Chiesa la parola di Gesù: «Il regno di Dio si avvicina», «Fortunati voi poveri perché vostro è il regno di Dio».

Da ciò possiamo trarre una buona novella anche per i ricchi: che si convertano alla povertà per condividere con i poveri i beni del Regno. Per chi conosce il nostro continente latino-americano sarà molto chiaro che non c’è ingenuità in queste parole e tanto meno oppio che addormenta. Quello che c’è in queste parole è la coincidenza tra l’anelito di liberazione del nostro continente e l’offerta dell’amore di Dio ai poveri. È la speranza che offre la Chiesa e che coincide con la speranza, a volte sopita e molte volte manipolata e frustrata, dei poveri del continente. È una novità per il nostro popolo che i poveri vedano oggi nella Chiesa una fonte di speranza e un appoggio alle lotte di liberazione. La speranza che dà forza alla Chiesa non è ingenua, né passiva. È un richiamo, tratto dalla parola di Dio, alla propria responsabilità verso le maggioranze povere, in un paese in cui, a volte con maggiore intensità che altrove, ogni organizzazione è proibita per legge o per convenienza. È un appoggio, a volte anche critico, alle giuste cause e rivendicazioni dei poveri. La speranza che predichiamo ai poveri è quella di ritrovare la dignità, affinché essi stessi siano artefici del loro proprio destino. In una parola, la Chiesa non solo si è rivolta al povero, ma fa di esso il destinatario privilegiato della sua missione, perché – come dice Puebla – «Dio prende la loro difesa e li ama». […]

La Chiesa non solo si è incarnata nel mondo dei poveri e dà loro una speranza, ma si è impegnata con fermezza nella loro difesa. Le maggioranze povere del nostro Paese sono oppresse e represse quotidianamente dalle strutture economiche e politiche. Da noi continuano a essere vere le terribili parole dei profeti d’Israele. Esistono fra noi quelli che vendono il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali; quelli che ammucchiano nei loro palazzi violenza e bottino; quelli che schiacciano i poveri; quelli che cercano di provocare un regno di violenza, coricati che si è posta a fianco del povero e si è alzata a sua difesa. E di nuovo troviamo qui la chiave per capire la persecuzione da quando si è occupata dei poveri. La persecuzione è stata determinata dalla difesa dei poveri e non è altro che un partecipare al destino dei poveri.

La vera preoccupazione si è indirizzata verso il povero, che è oggi il corpo di Cristo nella storia. Sono i poveri il popolo crocefisso come Gesù, il popolo perseguitato come il Servo di Javhé. Sono i poveri quelli che completano sul loro corpo quello che manca alla passione di Cristo. E per questa ragione, quando la Chiesa si è organizzata e unificata, raccogliendo le speranze e le angosce dei poveri, ha avuto la stessa sorte di Gesù e dei poveri: la persecuzione.

(G. FAZZINI , «Scritte con il sangue», S. Paolo, Milano 2014, pp. 172-175)

Da una delle ultime interviste

Sono stato spesso minacciato di morte. Devo dirle che, come cristiano, non credo nella morte senza risurrezione; se mi uccidono, risusciterò nel popolo salvadoregno. Glielo dico senza presunzione alcuna, con la più grande umiltà. Come pastore sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per coloro che amo, che sono tutti i salvadoregni, anche per quelli che mi vogliono uccidere. Se arrivassero a compiersi le minacce, sin da questo momento offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la risurrezione del Salvador. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, possa il mio sangue essere semente di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà. Se è accetta a Dio, possa la mia morte servire alla liberazione del mio popolo ed essere una testimonianza di speranza nel futuro. Se arrivassero ad uccidermi, potrà dire che perdono e benedico coloro che lo faranno. Possano così convincersi che perderanno il loro tempo: morirà un vescovo, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non perirà mai.

(AA. VV., Il vescovo Romero, Emi, Bologna 1980, p. 129)