Rosarno un anno dopo

Un anno dopo la rivolta di Rosarno poco è cambiato nella piana di Gioia Tauro.

Ricominciata la stagione degli agrumi i braccianti stranieri sono ricomparsi. Si mettono ai bordi delle strade, quando ancora è buio, in attesa che i “caporali” li portino a fare giornata. Riempiono cassette di arance e mandarini da mattina a sera per pochi euro, fino a sfinirsi dalla fatica. Di notte trovano riparo in qualche casolare fatiscente.

In Libia sono chiamati con disprezzo “kalifoo”: schiavi a giornata; attraversate le coste diventano più elegantemente “transumanti”.

Provengono per lo più da Ghana, Burkina Faso, Senegal e Mali; e sono tutti ragazzi, in genere, con non più di 30 anni.

Così, da agosto a settembre raccolgono pomodori nella Capitanata foggiana, da dicembre a gennaio le arance e i mandarini in Calabria, da febbraio ad aprile le patate in Sicilia, passando poi in autunno per le serre della Piana del Volturno, nel Casertano, e del Sele, a sud di Salerno.

Migranti in movimento per le campagne, che sperano sempre di trovare qualcosa di meglio, magari un impiego nell’edilizia o nelle fabbriche del Nord, naturalmente sempre in nero.

Svolgere il duro lavoro nei campi, quello che non vuole fare nessuno, è per questi africani quasi un rito d’iniziazione: chi si sposta dalla regione subsahariana mette già in conto che prima di trovare lavoro nelle fabbriche del Nord Italia, Francia o Germania sgobberà per un certo tempo nelle fabbriche del sud. Tuttavia, purtroppo, in molti casi l’occasione per emanciparsi dalla condizione di schiavo non arriva mai.

Dietro ad ogni kalifoo transumante c’è spesso un’intermediario: in genere un connazionale che ha iniziato facendo il bracciante a ore e ha poi trovato il modo di campare sfruttando il lavoro degli ultimi arrivati. A sua volta, dietro un intermediario c’è un acquirente di manodopera a basso costo. Il sistema del caporalato è una piaga del Mezzogiorno sin dagli anni ’50, quando i braccianti erano ancora italiani sfruttati da altri italiani. Cominciata l’immigrazione, gli stranieri hanno progressivamente sostituito i lavoratori prima, e poi, dall’inizio degli anni ’90 anche i caporali.

Al sud il 70% delle aziende agricole è a conduzione familiare e utilizza i caporali.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la colpa di tutto ciò non è da ricondurre agli agricoltori. Dobbiamo considerare infatti che questi non si sono arricchiti, ma anzi, hanno dovuto far fronte all’abbassamento dei prezzi alla produzione (quello al quale la grande distribuzione acquista dal contadino) oltre che alla sempre crescente concorrenza estera.

Diventa così quasi una necessità risparmiare sulla manodopera. E così i braccianti stranieri sfruttati sono diventati parte integrante del sistema e non più un’eccezione.

Nemmeno il consumatore ha guadagnato qualcosa da tutto questo, i prezzi al consumo infatti sono rimasti gli stessi. A questo punto risulta evidente che dentro la filiera della produzione c’è qualcosa che non va. E qui si incrocia un altro nodo irrisolto; ogni anno, lo Stato stabilisce quanti cittadini stranieri possono entrare per gli impieghi stagionali; l’ultimo decreto ha aperto le porte a 80mila lavoratori. Quota difficilmente accessibile a causa della lunghezza e delle incongruenze delle procedure burocratiche: dalla richiesta del nulla osta che il datore di lavoro invia, tramite il sito del ministro dell’interno, all’arrivo in azienda del lavoratore straniero, passano in media 90 giorni, ovvero un’intera stagione lavorativa. Sei ai ritardi burocratici si aggiungono le lacune della legge Bossi-Fini, si comprende che il contesto legislativo non favorisce affatto il lavoro straniero regolare.

Poter lavorare ad un giusto prezzo e vivere tra noi senza doversi nascondere, per troppi uomini e donne continua a rimanere un traguardo inarrivabile.

Fonte: “Italia Caritas” febbraio 2011