Servizio civile, oggi. Testimonianza di un giovane volontario

Francesco Diego Brollo, nato a San Donà di Piave nel 1979, dopo aver frequentato il liceo scientifico presso una scuola cattolica del seminario minore di Treviso ed essersi laureato in Economia Politica all’università di Venezia si è dedicato al volontariato, prima con l’azione cattolica alla casa Saretta, poi con la Croce Rossa Italiana e infine all’estero con un progetto di servizio civile sul monitoraggio e la difesa dei diritti umani come ‘casco bianco’ nelle strutture dell’associazione Papa Giovanni XXIII. Attualmente è rappresentante dei volontari in servizio civile all’estero presso la consulta istituita dall’UNSC (presidenza del consiglio dei ministri).

Prima di laurearmi ho sempre desiderato viaggiare provare ad essere un cittadino del mondo; ho cercato di cogliere esperienze particolari: ho studiato un anno in Francia, ho partecipato con un’associazione studentesca a riunioni in Europa, ho visitato i paesi dell’Est da solo. Ho avuto l’opportunità di lavorare, anche dentro una multinazionale, poi, una volta laureato, ho cercato, ho sentito la necessità di fare qualcosa per la società in cui vivo.

È un desiderio che viene da lontano, un martello che batte piano piano e non ti lascia scampo: ti senti insoddisfatto dei successi, i viaggi perdono senso, non vuoi più essere un turista della vita. Sentivo dentro di me la necessità di essere qualcuno per qualcun altro. Che magari non conosco.

Sentivo che avevo la necessità di scoprire qualcosa di nuovo e di vivere qualcosa che mi stimolasse ad affrontare ambienti nuovi e difficili.
Non erano i soldi che guadagnavo prima che mi frenavano, nemmeno l’idea di essere un volontario: già conoscevo questa pratica grazie prima agli scout dell’oratorio, poi all’educazione ricevuta con la scuola cattolica a Treviso ed al seminario minore, poi all’azione cattolica e i numerosi campi scuola vissuti come animatore ed infine alla Croce Rossa di San Donà, che mi ha tenuto impegnato come volontario dal 2005. Ho così avuto la possibilità di incontrare situazioni di povertà e solitudine qui nella nostra parrocchia, di capire quanto siano nascoste e silenziose delle situazioni di disperazione ed abbandono.

La mia scelta di volontariato nasce da una voglia di generosità. Ma anche da una forza di voler uscire da una situazione di indifferenza.
Un grande ambiente educativo, di estrazioni diverse, che mi ha aiutato a vivere sia la carità cristiana che la responsabilità civile. Se aggiungete un po’ di curiosità, un’educazione scolastica svolta lontano da casa, un po’ di sana incoscienza, capirete perché fu un annuncio letto per caso ad illuminarmi.
Un bando. Uno di quelli che si dice sempre “intanto non ti prendono mai”… L’associazione Papa Giovanni XXIII, ancora guidata da Don Benzi, dava la possibilità a dei giovani di partire per un paese del sud del mondo per un’esperienza di un anno in missione. Quasi se fosse una scalata di montagna, decisi di inviare domanda per diventare un casco bianco. Dopo alcuni mesi di preparazione, finalmente sono partito per Scutari, in Albania.
Ho vissuto tutto il tempo in una casa famiglia con 20 ospiti – ovviamente albanesi. La maggior parte ragazze madri e bambini piccoli, dai 3 ai 6/7 anni. Gli unici italiani, eravamo io e Simone – il responsabile della comunità per quella struttura.

Sembra facile, ma vi assicuro che l’impegno era continuo e costante. Non esistono orari, giorni di festa. Lì occorre essere sempre pronti ad ogni imprevisto. Il tutto per il bene di questi piccoli. A complicare le cose era il fatto che abitavamo in un villaggio ad un ora di fuori strada da Scutari, la città più vicina.
Ovviamente nei villaggi, la vita è molto diversa che in città: non pensate di avere acqua corrente in casa (figuriamoci averla potabile): ogni giorno dovevamo riempire le taniche dalla sorgente vicina. Avere l’energia elettrica era un lusso perché non ci sono reti di distribuzione che arrivano a tutte le case. Ma se anche sei così fortunato che la rete arriva fino a casa tua devi fare i conti che l’erogazione che c’è solo per 6-10 ore al giorno.

Gli impegni fissi erano: accompagnare i bambini a scuola o all’asilo, sistemare la legna per il riscalda mento, prendere l’acqua per cucinare e bere, andare a riprendere i bambini finita la scuola, risolvere i milioni di imprevisti che ogni giorno accadono. Il tutto condito dal fatto che nel villaggio non c’erano negozi. Se hai bisogno di un rubinetto – per fare un esempio – devi andare verso la città. Per fare la spesa? Ogni volta portava via 2 ore, solo di viaggio.

È stata un’esperienza solidificante.

Sebbene sembrava di fare nulla di assolutamente speciale, si vedeva negli occhi dei nostri vicini di casa lo stupore: che ci fa un giovane Italiano, uno che può vivere tranquillamente senza problemi della vita, qui in mezzo a noi? Ogni cosa parte dall’esempio. Il mio progetto, il motivo per cui sono sceso, non era semplicemente lavorare per far star bene i bambini. Però, se non avessi vissuto con loro, non avessi condiviso le stesse difficoltà che vivono loro, avrei mai potuto meritarmi la loro stima e rispetto? Quanto si può lavorare per migliorare la loro condizione sociale se la popolazione ti vede come un alieno, come un occidentale che è solo una spugna di Euro da strizzare? Certo, la via più facile per noi che vogliamo aiutare, è aiutare a distanza – possibilmente con un sostegno economico. Ma se gli aiuti a distanza sono fondamentali, tanto più fondamentale è, per chi può, rendersi conto di cosa sia la povertà. Essere cioè un missionario: vivere con la povertà, per combattere l’ignoranza e l’ingiustizia e portare messaggi di pace, di fede e soprattutto di speranza.

Questa esperienza mi ha cambiato.

Oggi non riesco più a vivere come prima: nel mondo del volontariato ho vissuto amori e dolori; ho scoperto quanto sia difficile essere coerenti con il nostro stile di vita. Il ritorno è stato molto più difficile dell’andata. Quando sono partito mi aspettavo di vivere difficoltà e avere stile di vita molto più povero di quello che avrei potuto avere qui.
Ma al mio rientro in Italia, non mi sarei mai aspettato di vivere uno shock così intenso: le cose cambiano, e magari gli sprechi di una società come la nostra non passano più così inosservanti come avveniva prima; l’insofferenza avvertita dai miei concittadini per questo o quell’immigrato, viene vissuta dall’altra parte: sento la sua difficoltà e disperazione di quando era lì nel suo paese d’origine e sento il suo sentirsi diverso – a volte rifiutato – qui. Non credo che io abbia cambiato molto in Albania: magari ho solamente spostato un foglio di carta nella storia albanese; ma di certo l’Albania mi ha dato molto di più.

 

Ho ricevuto molto. Molto di più di quello che ho dato.

Non è una riga sul curriculum della mia vita… è un’esperienza di vita che mi ha fatto capire che cosa sia la sofferenza e la difficoltà. Che bisogna saper far fatica, per vivere, e ancora più fatica per vivere bene con gli altri. Perché in questo mondo non si è mai soli… E se non s’impara a rispettare gli altri, a vivere con gli altri bianchi o neri che siano, come si può pensare di rispettare noi stessi?
Francesco Brollo