Spesso sembriamo persone strane

Abbiamo raccolto alcune riflessioni di cristiani e cristiane che vivono nella nostra comunità, come documentazione della grande avventura che in quanto “figli nel Figlio” già viviamo sulla terra, in attesa di raggiungere quello che ancora ci manca per raggiungere la “gloria”.

Esse­re cristiano nel “mondo”, ovvero in quell’insieme di fatti, ambienti e persone che fanno, in concreto, il mondo di oggi.

Su questo mi si chiede di riflettere. E mi viene subito in mente che ogni cristiano, in tut­ti i tempi, probabilmente ha vissuto il suo oggi ren­dendosi conto (come accade a me, nel mio tempo) di essere spesso un “pesce fuor d’acqua”, una strana persona.

E comunque di sembrare tale al mondo. In­fatti l’adesione della vita a Cristo, il voler ascoltare col cuore la Sua Parola, il voler seguire (pur pove­ramente) il Suo insegnamento porta spesso a speri­mentare, nel “mondo” che ci circonda, bonarie prese in giro, sguardi di stupore (a volte anche di compati­mento), indulgenti giudizi di ingenuità (quando va bene); e magari (quando va meno bene) anche il ri­fiuto, l’essere considerata poco furba o poco concreta o poco attuale.

E poi persino la sfida, la provocazione fino (a volte) al dileggio (magari indiretto, ma non per questo meno bruciante) dei valori stessi in cui credo e che “fanno a pugni” con la logica del preva­lere, dell’essere “misura di tutte le cose” che impera, ad esempio, in molti ambienti di lavoro. Dove esse­re mite e umile di cuore (che non significa –come i cristiani sanno- essere passivo o sottomesso, ma essere rispettoso degli altri, capace di ascolto, di ser­vizio e magari di perseguire il giusto componimento anziché la lite ad oltranza!) comporta un immediato giudizio di probabile inadeguatezza professionale. E dove non vessare gli altri economicamente è già se­gno di scarsa affidabilità.

Ma è questo “mondo”, in realtà, ad essere alla rovescia: non c’è possibilità di gioia in questo modo di vivere! Perché non c’è dono (e neppure riconoscenza per i doni ricevuti); perché non c’è fiducia (ma diffidenza e sospetto); perché -in questo “mondo”- non ci si dimentica mai di sé. E si finisce così per dimenticare come “sognare” e amare l’altro da sé.

Quell’altro” che però, fortunatamente, è sempre davanti a me, che incontro ad ogni passo che faccio, in cui mi imbatto continuamente. Quell'”altro” che Dio insiste a mandarmi incontro perché io capisca, una buona volta, che solo attraverso lui, in comunione con lui posso trovare la mia vera identità e la mia piena realizzazione.

Quell’altro” in cui Dio si cela umilmente, per darmi modo di sperimentare la grandezza senza limiti dell’amore quando va oltre le durezze e le difficoltà della realtà materiale. E di assaporare la gioia piena che ne deriva. Allora com­prendo che essere un “pesce fuor d’acqua” non è un vero guaio, ma invece un’opportunità da cogliere ogni giorno.

Senza mai respingere il “mondo” di oggi che mi circonda, quel mondo in cui -per Amore- sono stato chiamato ad essere segno di Speranza cristiana.

C. P.