Tesi sull’Azione Cattolica

Lunedì 30 giugno 2008 Marilisa Orlando della nostra Azione Cattolica parrocchiale si è laureata in Storia nella Facoltà di Lettere e FIlosofia col massimo punteggio, discutendo una interessante tesi dal titolo: “L’Azione Cattolica Italiana nel secondo dopoguerra tra Roma e Treviso: vicende, personalità e questioni storiografiche”.
Marilisa gli scorsi anni aveva preparato una breve ricerca sull’Azione Cattolica sandonatese, che puoi leggere a questo link; ora ha indirizzato la sua indagine su un più vasto ambito diocesano e nazionale.

Qui riportiamo il capitolo introduttivo della tesi, con i complimenti a Marilisa per la sua attività di studio e divulgazione.

 
 
 
Università degli Studi Cà Foscari – Venezia
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di Laurea in Storia

 

L’Azione Cattolica Italiana nel secondo dopoguerra tra Roma e Treviso:
vicende, personalità e questioni storiografiche
 
 

INTRODUZIONE

 

L’uscita dal ventennio fascista e dal periodo della guerra combattuta sul territorio nazionale (fra eserciti stranieri, ma anche fra italiani stessi), rappresenta un momento delicato per l’Italia, un momento di ricostruzione materiale e sociale, nonché di svolta politica.

I cattolici italiani, dopo aver preso parte alla Resistenza, si sentono in dovere di impegnarsi in questo frangente importante della storia del Paese, compiendo un salto dalle posizioni successive alla breccia di Porta Pia, che li avevano visti “né eletti né elettori”, e dalla situazione vissuta sotto il fascismo, durante il quale la posizione cattolica si era largamente e in maggioranza appiattita su quella del regime, anche se si erano registrate alcune, poche riserve verso questo orientamento e una minoranza si era attestata su atteggiamenti antifascisti.

Soprattutto i cattolici organizzati nell’Azione Cattolica Italiana accolgono gli appelli lanciati da Pio XII all’impegno e all’azione per la «ricostruzione guelfa dell’Italia»[1], per la ricristianizzazione della società dopo il periodo liberale prima e fascista poi.

L’ACI vive, fra la metà degli anni Quaranta e i primi Cinquanta, la sua stagione più florida dal punto di vista del numero degli aderenti, delle «Opere» e delle iniziative promosse: dopo i primi mesi di riorganizzazione post-bellica può già mettere in campo una campagna antiastensionistica e a favore di un voto “in senso cristiano” in occasione del referendum e dell’elezione dell’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946.

«“Si fa l’Italia cristiana o si muore”»[2]. Questa frase, riportata su un opuscolo ideato dal Comitato Civico Nazionale, per la propaganda in occasione delle elezioni per il primo Parlamento repubblicano (18 aprile 1948), riflette bene la qualità e gli obiettivi che animano le iniziative cattoliche in questo periodo. Mai come ora la definizione che Poggi dà dell’ACI, «clero di riserva»[3], appare più appropriata per descrivere il rapporto fra l’associazione e la Chiesa e il suo agire “a servizio” della Chiesa stessa. Dal momento che in questo periodo il “nemico numero uno” per Pio XII è rappresentato dal comunismo in tutte le sue espressioni, l’Azione Cattolica si getta anima e corpo in una lotta frontale contro di esso, usando tutti i mezzi a sua disposizione: in fondo, fin dalle origini questa associazione nasce come impegno dei laici in difesa degli interessi della Chiesa all’interno della società e come tentativo di riconquista alla fede e alla religione della società stessa in via di secolarizzazione. Questi aspetti erano stati accentuati con l’iniziativa di Pio XI che aveva accresciuto il controllo ecclesiastico e la dipendenza dalla gerarchia dell’associazione, attraverso i processi di “clericalizzazione” e di “diocesanizzazione”, dettati dalla necessità di difendere l’AC dal fascismo. Si tratta di dinamiche che si sviluppano in una situazione contingente di emergenza, ma che rispondono anche a una riorganizzazione interna alla Chiesa, volta a porre sotto controllo queste iniziative laicali che si stanno via via formando. È per questo che, una volta caduto il regime e instaurata una democrazia, questo legame particolare dell’ACI con la gerarchia ecclesiastica non viene meno: Pio XII pone come predominante l’aspetto della collaborazione dell’AC all’apostolato gerarchico e il suo essere una “milizia ausiliaria” per la conquista e la cristianizzazione della società.

A lungo andare, però, tutto ciò avrà conseguenze negative per l’associazione. In effetti, ai successi e al trionfalismo esterno si contrappone, con il passare del tempo, la percezione di una cattolicità capace solo di obbedire, senza “pensare in proprio” e che si nasconde dietro la Chiesa e l’obiettivo di difesa della fede e della persona del papa, non assumendosi in modo diretto le proprie responsabilità nelle scelte di campo. Falconi riporta questa descrizione del mondo cattolico italiano tratta da una inchiesta sull’Azione Cattolica condotta dal periodico di Mazzolari «Adesso» nel 1957: «“Ho l’impressione che il nostro popolo cristiano sia formato da gente che non dà mai noie esterne alla Chiesa (oh la cristianità francese così audace, così viva, dinamica!), gente che bacia le mani e gli anelli consacrati e non si vergogna di andare in processione e che ha sempre una risposta dura tagliente conformista per qualsiasi obiezione; ma è anche gente che non comprende forse più il dovere della testimonianza non solo a parole, in mezzo ai fratelli, specie i più umili, i più lontani, i meno provveduti…”»[4].

Qualcosa, allora, inizia ad incrinarsi in questo quadro che appare così consolidato e, soprattutto dai settori giovanili dell’associazione emergono richieste di autonomia dell’azione dei laici rispetto alla gerarchia ecclesiastica e di distinzione più precisa fra politica e religione: si avverte in modo più netto la necessità di una concentrazione sul versante formativo e di un allentamento contestuale dell’impegno politico diretto.

Anche la Chiesa, dopo il monolitismo e la contrapposizione frontale di Pio XII, cambierà “strategia” e sceglierà, con Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, la strada del dialogo. Dal Concilio esce anche un nuovo concetto di laicità, non più «“clientela”» [5] da dirigere passivamente: i laici sono ora considerati una parte essenziale della Chiesa, secondo l’insegnamento conciliare, con una propria autonomia di scelta ed azione e una precisa dignità all’interno della Chiesa.

Dalla crisi che a questo punto la investe, l’ACI, come la Chiesa, esce rinnovata e capace di dare nuove risposte ai bisogni emersi: è la “scelta religiosa” con cui l’associazione ritrova la sua natura essenzialmente religiosa e il suo compito di formazione delle coscienze, preparando così l’aderente ad assumersi autonomamente le proprie scelte politiche e sociali, senza però coinvolgere l’associazione stessa che, invece, in passato ne influenzava pesantemente il pensiero e l’agire.

Come commenterà Giovanni Paolo II nel 1986: «Storicamente l’AC scaturisce da un bisogno preciso dei cristiani laici di non sottrarsi alle sfide del tempo»[6].

 

Nella ricostruzione delle vicende che hanno visto protagonista l’Azione Cattolica in questo periodo, ho soffermato l’attenzione anche su una realtà locale, guardando a come i nodi che si sono presentati al livello nazionale si sono declinati nelle dinamiche dell’Azione Cattolica della diocesi di Treviso. Si tratta di una associazione inserita in un contesto di cultura religiosa fortemente radicata e sentita, favorevole allo sviluppo dell’associazionismo religioso. Treviso fa parte del “Veneto bianco”, che vede, soprattutto nella Marca, trionfare ad ogni tornata elettorale il partito della Democrazia Cristiana senza particolari difficoltà e in cui l’Azione Cattolica conta di gran lunga molti più iscritti del Partito Comunista locale. La situazione che ne emerge è quella di una associazione piuttosto vitale ed attiva, in continuo contatto con il pastore diocesano, Mantiero, ma anche con altre figure dell’episcopato veneto, soprattutto Roncalli; un’associazione che presta ascolto alle direttive e alle linee che si sviluppano al centro, ma che è al tempo stesso attenta a declinarle secondo esigenze e prospettive locali.

 


[1] Cfr. il titolo del capitolo V in G. Battelli, Cattolici. Chiesa, laicato e società in Italia (1796-1996), SEI, Torino 1997, pp. 118-147.

[2] Cit. in G. Miccoli, La Chiesa di Pio XII nella società italiana del dopoguerra, in Storia dell’Italia repubblicana, I, La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Einaudi, Torino 1994, p. 569.

[3] G. Poggi, Il clero di riserva. Studio sociologico sull’Azione Cattolica Italiana durante la presidenza Gedda, Feltrinelli Editore, Milano 1963.

[4] Cit. in C. Falconi, Gedda e l’Azione Cattolica, Parenti editore, Firenze 1958, p. 286.

[5] E. Basadonna (diretto da), Il Concilio Vaticano II, 3: I, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1966, p. 7.

[6] Cit. in G. De Antonellis, Storia dell’Azione Cattolica. Dal 1867 a oggi, Rizzoli, Milano 1987, p. 345, corsivo mio.