Testimoni del Concilio: Rosemary Goldie

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Rosemary Goldie di Cettina Militello*

Non sono state molte le donne uditrici. Poco più di venti, 13 le laiche, approdarono per ultime nell’aula conciliare. Non che la loro mancanza fosse stata notata. Solo tre o quattro Padri ne registrarono l’assenza e, ciascuno alla propria maniera, ne chiesero l’apporto e la presenza. Tuttavia, quando si trattò di far spazio ai laici, ai viri laici, paradossalmente le donne ebbero la loro parte. Tra di esse una in particolare, Rosemary Goldie, allora impegnata nella segreteria Copecial, il Comitato permanente per i congressi internazionali dell’apostolato dei laici.

Piccola, minuta e tuttavia battagliera veniva da lontano. Era, infatti, nata a Sidney il 2 febbraio del 1916. Motivi di studio l’avevano portata in Europa negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale. Alla Sorbona era stata allieva di Jacques Maritain. In questo primo soggiorno parigino era venuta in contatto con il Grail e con Pax Christi Romana. Ritornata in Australia, negli anni della guerra, aveva promosso la nascita a livello locale di entrambe le associazioni. Di nuovo a Parigi, per conseguirvi un dottorato in letteratura francese, mai portato a termine, lavorando sei anni per Pax Christi. Nell’ottobre del 1952 il suo arrivo a Roma come membro del Copecial. Aveva partecipato al primo congresso l’anno precedente ed ora, assieme ad altri, avrebbe lavorato alla preparazione del secondo, quello del 1957, una sorta di assise generale dell’intellighentia laicale, in molti aspetti anticipatrice, nei relatori e nei temi, della stagione ormai prossima del Vaticano II. Sono di questo periodo i rapporti con Vittorino Veronese, poi direttore generale dell’Unesco, con il futuro card. Joseph Cardjin, con il futuro papa Montini.

Quando finalmente anche le donne furono ammesse al Concilio, Rosemary fu tra di esse. Le foto d’epoca ce la mostrano con il capo velato, come le altre, laiche o religiose che fossero. Come mi ha raccontato più volte, se durante le sessioni pubbliche non era loro consentito di prendere parola, non così nei circoli minori, quelli che, di fatto, elaboravano i testi che poi sarebbero stati proposti, votati e approvati nelle sedute pubbliche. La Goldie partecipò attivamente al cosiddetto “Gruppo di Ariccia”, quello che portò a buon fine lo schema XIII, la nostra Gaudium et Spes. Le chiesi più volte perché al suo interno e più in generale nei testi del Concilio non si fosse fatto più spazio alla condanna del sessismo o perché non ci si fosse espressi con maggior chiarezza sulla pari dignità di uomini e donne nella società e nella Chiesa. Mi rispondeva candidamente che, lei come gli altri, pensavano che il problema fosse superato; che fosse superfluo parlarne… Ovviamente, si ingannavano, e come!

Concluso il Concilio tornò a lavorare per il Copecial promuovendo il III Congresso mondiale dell’apostolato dei laici (1967). E sostituito che fu il comitato dal Pontificio Consiglio de laicis, ne venne nominata “sottosegretario”. Insomma, fu la prima laica ad avere un compito direttivo nella Curia romana.

Tuttavia, nel 1970, l’adeguazione del Consiglio agli altri comportò la nomina di un ecclesiastico a quella funzione. Rosemary Goldie espresse il suo dissenso (de o pro non erano sinonimi) e, a modo di riparazione, venne nominata, per decisione personale di Paolo VI, docente di teologia del laicato all’Istituto di teologia pastorale della PUL. Come mi disse più volte, si trovò così ad insegnare una materia a cui non si era professionalmente preparata, in una lingua che non era la sua e che nemmeno aveva regolarmente studiata. Lasciato ufficialmente questo incarico per limiti d’età, seguitò ancora per molti anni a dirigere le tesi degli allievi di lingua inglese.

Pazientemente, sempre accampata – non tolse mai le valige da sopra l’armadio nella monocamera senza cucina dove alloggiava perché riteneva provvisoria una permanenza che si sarebbe invece protratta per decenni – portò a termine in un ufficio sempre più angusto del Pontificio consiglio per i laici, la sistemazione del suo archivio, prezioso nella parte afferente il Vaticano II. Raccolse poi la sua storia in un volume, edito dall’AVE in forma ridotta, dal titolo suggestivo: Da una finestra romana e integralmente, invece, pubblicato in inglese. In esso, per un pubblico più lontano, moltiplicò le informazioni relative all’evento conciliare.

Più volte nelle nostre conversazioni ha rivendicato ai laici, al movimento laicale, d’aver anticipato temi e istanze conciliari. Senza la riflessione di chierici e di laici sulla partecipazione piena e attiva alla liturgia come alla vita della Chiesa, senza la loro passione temi come quello del “popolo di Dio” e della sua soggettualità sarebbero rimasti estranei e lontani. Del concilio e dei suoi temi, della “laicalità” nel senso più alto del termine, divenne “locutrice” appassionata. Diceva di sé stessa, dopo aver partecipato con gli altri superstiti al Sinodo che celebrò i venti anni d’essere una “reliquia” del Vaticano II.

Ci siamo viste, dopo un saluto che pensavamo definitivo, nel 2002 quando ritornò, a Roma, per la plenaria del Pontificio consiglio per i laici di cui era consultore. Gli anni e soprattutto la vista resero problematico questo viaggio, il suo ultimo a Roma.

Ha chiuso la sua esistenza quasi dieci anni dopo, il 27 febbraio del 2010, in quella casa di riposo dove l’ha visitata Benedetto XVI nel 2008, e dove a lungo era stata ospite la madre, una protagonista della vita letteraria e mondana della Sidney degli anni 20, della quale, malgrado un difficilissimo rapporto, aveva alla fine pubblicato l’autobiografia.

Un ultimo dettaglio: Rosemary non era femminista – direi che sino alla fine sia rimasta una “donna di curia” – e tuttavia prese parte alla “Commissione sulla donna nella Chiesa”, voluta da Paolo VI nei primi anni ’70, di fatto abortita. Interpellata all’inizio degli anni ’90 sulla questione del ministero, espresse personalmente a Giovanni Paolo II il suo parere favorevole al diaconato femminile. La cosa non fu gradita. Tant’è che da quel momento non la si consultò più come prima.

L’ho avuta come amica, malgrado il divario di anni. E penso di poter dire di lei, teologa suo malgrado, che il buon senso e la vita ci fanno maturare, in onestà intellettuale, su posizioni “femministe”. Per lei, come per altre pioniere della prima ora, era intollerabile la discriminazione mai sanata di cui continuavano ad essere oggetto le donne nella Chiesa.

*Pontificia Facoltà Teologica Marianum