Un cuore per ascoltare: mezzo secolo di servizio sacerdotale

 4 settembre 1960-2010

“in cinquant’anni di vita siamo stati coinvolti, travolti, sopraffatti, feriti, purificati, ricuperati, trasformati, maturati,… ma non scoraggiati o fuggiti.”

L’ascolto è sempre strumento di dialogo e di sintonia, ma lo è stato specialmente quando la prova della malattia, della non autosufficienza e della solitudine, ha varcato la soglia anche della mia esistenza. Allora ho sperimentato la forza e l’efficacia della preghiera fraterna del popolo di Dio, in particolare della comunità di S. Dona, che mi ha strappato dalle aride regioni della debolezza e della precarietà, e mi ha richiamato al posto del mio servizio pastorale, pieno di riconoscenza ancor oggi, come fratello restaurato, per diventare “maggiore” per età e “minore” per grazia dell’unico Padre, di cui siamo tutti “figli nel Figlio”.

Il “santino”
Un tempo era costume stampare una immagine sacra, un santino, a ricordo di un importante avvenimento religioso celebrato, con alcune parole ritenute adatte, e distribuirle come ricordo ai parenti e amici presenti e partecipi. Nel lontano 1960, quando il Concilio era stato appena annunciato e nulla si sapeva dei suoi orientamenti innovativi, il prete novello di Fanzolo fece stampare la preghiera del giovane Salomone: “Signore, dà al tuo servo un cuore che sappia ascoltare” (1 Re, 3,9). Voleva chiedere fin dall’inizio una caratteristica del servizio pastorale capita come importante nel contesto della chiesa e del mondo di allora: ascolto dello Spirito che aiuta a discernere il pensiero di Cristo e ascolto della vita dei fratelli da accompagnare nella ricerca per la risposta fedele alla propria vocazione. Negli anni successivi il cuore si è aperto ad altre dimensioni, ma quella dell’ascolto è sempre stata in attenzione: prima in Seminario, poi a Roma durante gli studi, poi nelle varie comunità parrocchiali nelle quali l’obbedienza ha concretizzato la missione.

Come “fratelli tra fratelli”
Negli anni del primo post-Concilio il vento innovatore del Concilio soffiava con forza e dava le ali per verificare la praticabilità di tante belle proposte, soprattutto nel vasto settore della vita della chiesa, intesa non più solo come istituzione ma soprattutto come comunità e fraternità, non più immaginata come una piramide, ma come un grande cerchio o meglio una rete di cerchi, dove “vige fra tutti una vera eguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune di tutti i fedeli” (LG n. 32c). Dentro a questo grande ripensamento biblico del progetto ecclesiale, il Concilio esorta i preti a considerarsi come “fratelli tra fratelli” (PO n. 9a), sia nell’ambito del presbiterio (= l’insieme dei preti diocesani attorno al vescovo) sia nel quotidiano incontro con i cristiani per la celebrazione dei sacramenti, per l’educazione alla fede mediante la catechesi, nell’esercizio della carità.

Il vento del Concilio

Era il tempo nel quale mentre la cultura corrente respingeva la figura del padre e privilegiava la riscoperta della libertà personale, dell’autonomia, della posizione sociale egualitaria e fraterna, nell’ambito della chiesa si andava riscoprendo il primato della sacra Scrittura, la centralità della persona, l’importanza dei diritti umani e il valore della solidarietà con i poveri. Allora: appoggio ai piccoli gruppi, sostegno alla nascita dei gruppi del Vangelo, promozione di esperienze di convivenza tra famiglie, incoraggiamento di assemblee tra preti e pubblici dibattiti tra preti e laici all’interno delle comunità parrocchiali, dare e prendere liberamente la parola nella chiesa, favorire la formazione di organismi di partecipazione ecclesiale, programmare celebrazioni liturgiche con alto grado di partecipazione, esercizi spirituali gestiti in dialogo o anche autogestiti, collegarsi con esperienze di altre diocesi e missionarie, intrecciare rapporti mediante viaggi e visite… era una stagione di grandi fermenti e forse anche di illusorie utopie, che in seguito venne ridimensionandosi a contatto con le resistenze obiettive delle strutture sociali ed ecclesiastiche ereditate dal passato e con le resistenze interne e culturali avverse di principio all’aggiornamento promosso dal Concilio.

La laboriosità dell’aggiornamento
Tradurre l’appello al rinnovamento in riforme pratiche e dare continuità al nuovo è stata impresa impegnativa, entusiasmante e a volte deludente. Tra spinte e controspinte, fra accelerazione e potenti frenate, di fronte alla sproporzione fra generosi investimenti e magri risultati, di tanto in tanto affioravano sentimenti e pensieri di delusione, che talvolta si esprimevano anche in nostalgia del clima dei primi anni dopo il Concilio. Allora veniva forte il bisogno di rivedere i progetti, verificare e ridimensionare i programmi, rifare le analisi per ritrovare la gerarchia essenziale dei valori. Siamo in un’epoca storica “caratterizzata da profondi e rapidi cambiamenti” (GS n. 4b): in cinquant’anni di vita siamo stati coinvolti, travolti, sopraffatti, feriti, purificati, ricuperati, trasformati, maturati,… ma non scoraggiati o fuggiti.

Un modesto ma sincero contributo
Con il nostro servizio ministeriale abbiamo dato un contributo al misterioso disegno dello Spirito che ha rimesso la chiesa “in cooperazione sincera con l’umanità al fine di stabilire quella fraternità universale che corrisponde alla somma grandezza della vocazione dell’uomo” (GS n. 3n). I bilanci di vita sono sempre provvisori e parziali: importanti o insignificanti, solo il Signore conosce tutte le variabili che rendono apprezzabile e preziosa una esistenza umana. Alla coscienza è sufficiente affiorino le ragioni per una sincera richiesta di misericordia per le inevitabili infedeltà, ma anche le ragioni che rendono ricca e significativa l’Eucaristia come la celebriamo oggi, tanto diversa dal passato, per fortuna non solo nostra, ma anche e soprattutto di coloro che il Signore ci ha donato come compagni di strada in questa vita.

Don Gino
Nel cinquantesimo dell’ordinazione sacerdotale (foto)