Un mare di morti e le nostre coscienze

Riflessione del direttore dell’ufficio diocesano Migrantes, don Bruno Baratto.

“Novecento (forse). E altri novecentocinquanta dall’inizio dell’anno. Numeri di morti. Che cancellano volti storie vite”: è l’inizio della riflessione che don Bruno Baratto, direttore dell’ufficio diocesano Migrantes, propone in prima pagina della Vita del popolo. Il settimanale diocesano di domenica 26 aprile, infatti, dedica la copertina ed ampio spazio all’interno alla drammatica vicenda dell’ultimo naufragio nel canale di Sicilia, che ha causato quasi 900 morti.

“Sembra che solo i numeri, lanciati a superare l’ultimo record, riescano a bucare lo schermo, la prima pagina – prosegue Baratto -. Per quanti giorni? Numeri a spanne, spesso per difetto. Meno male che il mare li inghiotte – dirà qualcuno -, risparmiando la catasta, permettendo un rapido repulisti. Chi userà questi numeri? E per farne che cosa? (qualcuno imperversando in facebook già lamenta che sono ancora troppo pochi).

Fermarli prima che partano…

E le uniche cose che sappiamo ancora dire è che bisogna fermarli prima che partano. Prima che partano da dove? Dalle coste della Libia, se ancora c’è una Libia? O dalle proprie case, dai paesi disastrati in cui hanno vissuto fino a ieri? Cinquanta bambini, duecento donne stavolta, quanta tragedia ci vuole perché se ne partano alla ventura? “Se rimango, muoio, se parto, rischio di morire” dichiarava qualcuno di loro all’indomani del precedente “naufragio record”, due anni fa. Perché è vero che se partono rischiano la vita e non si possono tollerare ancora i trafficanti di essere umani.

Ma forse il “fermarli prima che partano” dovrebbe stare insieme ad un impegno ad aprire le ambasciate per le richieste di asilo o di protezione e ancora ad un impegno dei nostri governi e delle nostre “società civili” ad appoggiare in tutti i modi quei paesi che scelgono vie democratiche e di rispetto dei diritti umani, che scelgono di lottare contro la corruzione…

Una verità fra le più scomode

In ogni caso, non vogliamo vedere che un fenomeno di trasmigrazione di tali proporzioni ci grida da tempo una scomodissima verità: il modo di vivere di questo sistema-mondo è al punto di collasso, è l’aumento vertiginoso di ricchezza di pochi a nutrirsi di manovre che causano queste tragedie. Guerre, conflitti armati “a bassa intensità”, rovine ecologiche che creano carestie endemiche … danni collaterali, nient’altro. Una situazione che si regge sulla relativa ricchezza di un quinto dell’umanità a discapito di tutto il resto. Relativa rispetto ai pochissimi straricchi, l’uno per cento, enorme rispetto a quella stragrande maggioranza di poveri sempre più poveri. Non vogliamo vedere, non vogliamo capire, reagiamo con una violenza che ha l’odore della paura. Paura di perder tutto, di dover tornare poveri, di rimetterci la vita. Mentre si potrebbe, invece, esigere di cambiare, di esplorare percorsi diversi dal punto di vista economico, finanziario, occupazionale. Valorizzando riflessioni già in corso d’opera, ma reputate marginali e soprattutto non funzionali a chi detiene il potere economico-finanziario, appunto. Non funzionali ai meccanismi di questo potere, che sempre più spesso cancella i volti dietro a facciate di holdings, multinazionali, cartelli, lobbies… Anche qui, contano solo i numeri. E forse a questi numeri, e ai numeri dei morti, bisognerebbe saper contrapporre altri volti, altri occhi, altre storie. Altre volontà che facciano numero a partire da coscienze che si risvegliano, che trovano insospettate alleanze proprio con quei volti occhi storie che ogni giorno vengono cancellati da una economia perversa, spesso criminale non solo perché favorisce le mille mafie del mondo, ma perché stermina senza batter ciglio, con un minimo spostamento virtuale di miliardi di capitale. E’ buonismo, questo?

Piccoli passi possibili a tutti

Come cittadini, come uomini e donne, ancor più come cristiani, dovrebbe diventare imperativo politico fra i più urgenti suscitare tale presa di coscienza, per salvare la vita altrui e la stessa nostra vita. L’alternativa più forte e temibile, infatti, potrebbe davvero essere la morte. In cifre che cancellano tutto. Mediterraneo Mar-morto, qualcuno ha titolato in questi giorni. Sì, il Mediterraneo, tomba enorme a cielo aperto, continua ad inghiottire morti. Forse inghiottirà presto anche la nostra dignità, di italiani, di europei, di uomini e donne. Ma questo non si tradurrà in numeri, non farà notizia.

Per farlo tornare Mare-vivo, sarebbe necessaria una rivoluzione di coscienze. “Dov’è tuo fratello?” risuona ancora il grido di papa Francesco a Lampedusa, due anni fa. E allora come cristiani dovremmo prima di tutto fare spazio nelle preghiere, quelle personali e quelle delle nostre assemblee liturgiche, alla sorte di queste persone e delle loro famiglie, che nemmeno sanno di doverli piangere.

E poi potremmo cominciare ad andarli a conoscere, questi volti, queste storie di profughi, visitandoli nei centri di accoglienza della Caritas e del privato sociale presenti nel nostro territorio. L’iniziativa del “tè con i profughi” lanciata dalla Caritas Tarvisina dovrebbe diventare ben più affollata di quanto non sia! E’ un modo semplice di mettere alla prova i pregiudizi, di chiamare allo scoperto le nostre paure… scoprendo esseri umani, non mostri da annegare in mare. E forse dopo diventeremmo capaci di mettere questo argomento a tema dei nostri consigli pastorali, per informarci insieme oltre le chiacchiere assordanti e superficiali, e confrontarci con serietà su che cosa Dio ci dica dentro questo segno dei tempi.

Varchi di risurrezione

Il Risorto, colui che per essere riconosciuto mostra mani e piedi segnati dalla violenza della crocifissione, continua a chiamarci, noi cristiani, a vederlo anche là, nei volti e nei corpi di questi annegati. Affida anche alla nostra responsabilità individuare varchi possibili di risurrezione. In dignità, in possibilità di vita. Per loro, e per noi.

fonte: diocesi di Treviso